www.italianews.org - L'agenzia internazionale di comunicazione e giornalismo

Il capolavoro del regista Tolcachir ha incantato i fortunati spettatori del Nuovo Teatro Verdi di Brindisi
Trionfo per "Emilia" programmato sul palco del Verdi dalla Fondazione e dal Teatro Pubblico Pugliese

BRINDISI (Italy) - L’intensa settimana all’insegna dell’accoglienza, dei balli tipicamente argentini per le strade, dei seminari nelle librerie, scambi culturali tra Puglia e America del Sud, termina, nella giornata del 17 marzo con la messinscena dello spettacolo “Emilia” di Claudio Tolcachir, presso il Nuovo Teatro Verdi di Brindisi. La Fondazione ha stupito, ancora una volta, il pubblico curioso di assistere a tale rappresentazione grazie all’impeccabile organizzazione dell’evento.

Gli spettatori, giungendo da ogni parte della Penisola per assistere alla prima europea di “Emilia”, sin dall’entrata nel foyer hanno avuto l’onore di immergersi in un atmosfera assai distante dalla nostra, un’atmosfera tinta dal rosso e dal nero del tango argentino, ballato impeccabilmente da due coppie di artisti del Nuovo Continente.


A trasportare i presenti nella città di Buenos Aires non è stata solo la visione di tale spettacolo, ma anche la galleria fotografica, poco lontana dai tangueros, che mostrava le immagini in bianco e nero di una città tanto lontana da Brindisi quanto bella. Al termine dell’incursione tutta danzata dei quattro artisti, il pubblico è stato accompagnato sul palco del teatro per assistere al nuovo capolavoro di Claudio Tolcachir. Il regista, oltremodo conosciuto dagli italiani grazie alla sua presenza costante nei Festival del teatro di Napoli e di Venezia (La Biennale), si è lanciato in un’esperienza diversa con la realizzazione di “Emilia”, avendo tratto come punto di partenza una sua esperienza personale. Gli spettatori, entrando a teatro, s’istallano all’interno della scena. Quelli, sedendo sulle loro sedie, sono incorporati nel mondo di Emilia, che invita il pubblico con un profondo sguardo d’intesa, tanto che appena Emilia inizia a parlare abita nel cuore dei presenti un senso di reciproca familiarità.

Senza spazio tra attori e spettatori, venendo meno la distanza fisica, l’effetto immediato è quello di sentirsi parte integrante dell’universo rappresentato. In questo senso, vanno a sfocarsi lentamente i confini tra realtà e finzione. L’unico limite fra attori e spettatori è un quadrato contrassegnato dai cuscini che non si può rompere. Quindi ecco, lo spettatore è attivo e, più di quanto si possa immaginare, si sente dentro quella casa, in cui i personaggi del gioco sono prigionieri e, come loro, si sente emotivamente violento. Quella a cui si assiste è una casa in cui l’elemento esterno è così minaccioso da poter destabilizzare i fragili legami familiari. Pertanto da quel luogo non si può uscire. Come Walter che, cresciuto da Emilia, si difende dall’abbandono utilizzando tutti gli stratagemmi possibili, ad esempio evitando che il figlio adottivo esca fuori a comprare ciò che manca, perché “a casa c’è tutto”. (Foyer Nuovo Teatro Verdi, Esibizione di Tango Argentino a cura di Pino Belgioso e Stefania Filograna - Ilaria Caravaglio e Ivo Ambrosi)

La storia racconta di Emilia, una ex-balia, che esordisce nella scena dichiarando di essere viva e di essere destinata ad amare un bambino, ormai uomo, che non è il suo: Walter. Ella vive la gelosia del figlio naturale, geloso del suo rapporto con Walter ed è profondamente sola. E 'una storia di adozioni. E 'il dramma di coloro che cercano di sostituire erroneamente un amore per un altro, negando il dolore della perdita, riempiendo il vuoto che hanno dentro con un nuovo doloroso amore. Come Emilia che alleva Walter, ma non è amata da suo figlio. Come Carolina che vive con Walter, cercando di dimenticare il padre di suo figlio, persa nella tristezza e nella forte emotività. Come il figlio di Carolina si sottomette a Walter per essere adottato da quest’ultimo ed, infine, Walter che lega tutti in quella casa che imprigiona e soffoca, cercando di non essere nuovamente abbandonato. L’unico personaggio pronto ad accettare la perdita è un uomo che possiede ancora la speranza di poter riconquistare la sua ex-moglie, Carolina, e suo figlio. Questa rappresentazione parla anche della forza di umiliare e di essere umiliato, due azioni registrate come due facce della stessa medaglia presenti in ogni personaggio.

Questa rappresentazione riflette perfettamente la densità della dialettica hegeliana, nella figura dello schiavo e del signore, in cui tanto lo schiavo necessita del padrone, quanto il padrone necessita dello schiavo per costruire la sua esistenza. Walter umilia la moglie ed il figlio, ma allo stesso tempo è umiliato dalla famiglia. Tuttavia, sotto l’umiliazione si cela l’amore. Ognuno ama, a proprio modo, per bisogno. Tutti mentono su questo pseudo-amore, ma non lo dichiarano apertamente, forse perché, se lo facessero, troverebbero la morte come Carolina. Ma si può costruire un rapporto sulle menzogne? Tolcachir definisce “Emilia” un racconto di ossessioni, ansie, menzogne, paure, bugie giustificate dalla sopravvivenza della famiglia. Ogni aspetto di tale rappresentazione può essere sottoposto a doppia interpretazione; la stessa protagonista, Emilia, può simboleggiare l’amore più puro e incontaminato, ma allo stesso tempo rappresentare una donna estremamente egoista e contorta. La grandezza di questo spettacolo è, dunque, in questo aspetto, ognuno può interpretare le circostanze e i comportamenti dei protagonisti in modo differente, apprezzando la grandezza e la maestosità di un testo che fa riflettere sui rapporti umani e le relazioni interpersonali. Onore alla Fondazione del Nuovo Teatro Verdi ed al Teatro Pubblico Pugliese per l’eccellente iniziativa. (Luana Fedele - 17 marzo 2014 ore 23.00) (foto, Domenico Summa)


Riproduzione non consentita ©
 



 
www.italianews.org - L'agenzia internazionale di comunicazione e giornalismo

Sul palco del "Nuovo Verdi" di Brindisi la prima europea di Claudio Tolcachir
Il regista argentino racconta "Emilia" e il teatro di Buenos Aires

BRINDISI (Italy) - In serata, presso il Nuovo Teatro Verdi di Brindisi si è tenuto un incontro del tutto eccezionale con uno dei più grandi registi sudamericani, Claudio Tolcachir, molto amato in tutto il mondo. Egli è approdato a Brindisi in occasione della messa in scena della sua nuova produzione “Emilia”, che debutterà come prima Europea domani sera alle 21.

E’ una rappresentazione dedicata ai temi che riguarda la comunità intera, come ad esempio la famiglia, vista attraverso lo sguardo un giovane ed intraprendente regista che consente al pubblico di guardare attraverso una sorta di buco della serratura la psicologia dei personaggi e i vari caratteri familiari. L’incontro di ieri sera era dunque finalizzato a conoscere meglio tale celebrità e preparare gli spettatori allo spettacolo, attraverso le domande di uno dei più importanti critici teatrali d’Italia, Gianfranco Capitta.


Noi sappiamo tante cose del teatro sud americano ed in particolare del teatro di Buenos Ares, perché da alcuni anni è diventato più stretto il rapporto tra l’Italia e Buenos Aires. Lo stesso Tolcachir che pure è molto giovane è una vecchia conoscenza per gli italiani perché da diversi anni abbiamo visto le sue opere al Festival di Napoli, alla Biennale di Venezia e anche al Piccolo di Milano. Che differenza c’è nel teatro come importanza, come modo di esistere, come raggio di azione italiano rispetto a quello di Buenos Aires? "Il teatro di Buenos Aires. In questo momento sta vivendo un momento estremamente importante, vivo ed effervescente con alle spalle una lunga storia. Questi 100 anni di storia teatrale hanno seguito le vicende politiche dell’argentina, come le fasi di resistenza di dittatura. Ad esempio il teatro di Brecht, Tenesse Williams e Beckett hanno avuto accesso in argentina tramite il teatro Indipendente e non attraverso altre forme di teatro. Per quanto riguarda gli ultimi momenti della storia del teatro bisogna dire che questa fase aveva a che fare con la crisi del 2001. Il teatro argentino ha avuto delle grandi influenze da quello che è stato il teatro europeo, in particolare tedesco. Io ritengo che ci siano stati dei lavori svolti in gruppo e per mostrare una sorta di vicinanza alla realtà quotidiana e pubblico andava a teatro per vedere ciò che gli apparteneva. Bisogna dire che il teatro Indipendente in Argentina non ha molti appoggi e sussidi dal punto di vista economico. A Buenos Aires esistono ben 300 gruppi di persone che fanno teatro per necessità, perché amano farlo, ma si tratta di persone che sono coscienti che non possono vivere col teatro, non possono vivere di questo lavoro. Per quanto riguarda la sua opera La famiglia Coleman, questa pièce è stata provata dalle 12 della notte alle 4 della mattina. Accadeva che finite le prove gli attori riprendevano le attività quotidiane ed a fine giornata erano distrutti, svenivano. Probabilmente, però, quest’aspetto di difficoltà ha reso quest’esperienza più forte, più feroce. Quest’attività, tuttavia, crea delle forti vibrazioni. Nessun regista li obbliga a fare queste prove, ma per loro è essenziale. Trovarsi in una situazione di indigenza e povertà tempra moltissimo il nostro lavoro e ci permette di essere molto creativi."

Lei ha parlato del suo teatro indipendente, ma quali sono i rapporti con gli altri tipi di teatro, che, contrariamente al suo, sono molto commerciali? Non c’è nessun rapporto? "Io ho diretto nell’ambito del teatro commerciale, non in quello ufficiale. Tuttavia i rapporti tra i diversi tipi di teatro sono molto belli. Quando tornerò in patria, porterò in scena “La famiglia Coleman” nell’ambito del teatro commerciale. Io ritengo che questa sia una splendida possibilità di apertura al pubblico del teatro commerciale. Io non do molto importanza al dove, al posto in cui svolgo il lavoro. Per me è importante ciò che veramente desidero di fare. Per quanto riguarda i rapporti col teatro commerciale, io non posso chiedere ad un produttore un anno di ricerca, perché so che non è fattibile. Perciò quest’anno di ricerca io lo svolgo nell’ambito di Timbre 4. Comunque ho svolto esperienze con altre persone che lavorano in ambiti diversi di Timbre 4 e l’ho apprezzato molto."

Questo è apprezzabile, quasi incredibile. In Italia, ma anche in Europa chi fa teatro di ricerca è quasi moralista e dice sempre che non farebbe mai contaminare dal teatro ufficiale. Invece tu dici che il teatro è fatto per la condivisione. "La condivisione rappresenta per me una sfida, ma anche una grande possibilità. Io ritengo meraviglioso il fatto di poter svolgere una rappresentazione teatrale in un ambito diverso dal mio e vedere che la gente si emoziona. E’ importante provare, anche se si dovesse fallire."

All’Argentina appartengono molti nomi di registi celebri molto amati in Italia e in Europa, tra cui Veronese. Cosa pensi di loro e del loro modo di fare teatro? "Sono dei maestri di magia, sono dei personaggi molto importanti, perché svolgono delle tipologie di ricerche molto innovatrici. Veronese ha la capacità di trasformarsi e di capire quando una cosa è passata e di rinnovarla. Questa capacità deve essere qualcosa di personale, che faccia parte dell’artista, non deve dipendere dal pubblico. Io ho apprezzato molto. Con Veronese ho lavorato nel ruolo di Irina."

Da dove nasce il suo studio sul personaggio e come mai la famiglia è una presenza costante nei suoi spettacoli? "Non c’è nulla che mi piaccia e mi diverta di più, in senso molto profondo, che non osservare le persone, il modo di vestire, di pensare. Io sono cresciuto insieme ai miei amici, che rappresentano in un certo senso la famiglia. Ho sempre osservato le persone, per riscontrare elementi commoventi nelle varie componenti delle persone. Vedere questa diversità di persone è molto importante. Io sono cresciuto assieme ai miei amici, assieme alla mia compagnia. Quando ho iniziato a scrivere mi sono interessato molto di più delle persone anziché alla trama dello spettacolo. Alcuni anni fa ci fu il compleanno di mio fratello e incontrai la mia ex-baby sitter, che allora aveva 14 anni. Quella sera lei mi parlò lungamente della sua vita e la cosa che mi ha impressionato è che parlava di cose successe 30 anni prima come se fossero estremamente recenti, ma il tempo sembrava molto vivo e vicino. La cosa che mi ha stupito è che mentre lei ricordava tutto perfettamente, io non ricordavo queste cose e, di conseguenza, non mi sentivo molto a mio agio. Questo disagio è stato la base di partenza per la stesura dello spettacolo “Emilia. Ho riscontrato un personaggio estremamente commovente per questo amore che lei provava incondizionato e per il tempo che sembrava non essere passato. Era tutto molto assurdo; solo dopo mi son reso conto che alcuni dei suoi ricordi e del suo tempo non erano neppure veri. Quindi per me è stato qualcosa di estremamente utile ed interessante, parlare con questo personaggio drammatico e comico allo stesso tempo. Era importante per me il fatto che tutto ciò mi offriva la possibilità di accedere ad un opera, Emilia, in altri termini il fatto che si trattasse di famiglia. Il concetto di famiglia rappresentava una possibilità per entrare nel mondo della protagonista. La famiglia è intesa non come concetto importante per lui, ma come tramite, come possibilità di accedere ad ogni cosa."

Il concetto della famiglia è fondamentale nella storia del teatro dal teatro greco a Pirandello. Nel tuo teatro è molto forte il contrasto fra la commozione e il ridere, sarà frutto anche di una psicanalisi, lo presupposto dall’analisi così realistica della tua balia? La psicanalisi è davvero così importante nella Buenos Aires di oggi? "Decisamente sì, il rapporto è molto forte. Le storie narrate raccontano di situazioni molto intime."

Parliamo di Emilia. A differenza degli altri tuoi spettacoli in cui si rideva moltissimo, in questa tua nuova produzione non accade. A cosa dobbiamo prepararci per domani sera? "Determinate strade seguite nelle altre mie opere non sono state sentite, ma io ho preferito non seguirle. Ho voluto cambiare. Ho voluto per necessità svuotarmi e cambiare. Tuttavia nell’opera Emilia si trova molto humor e, ad esempio, i personaggi sono incapaci di vivere le situazioni in cui si trovano. Questi personaggi sono molto coscienti del mondo che ci circonda e sono molto sofferenti. Si parla di amore, di rapporti madre-figlio, di sensazioni. Emilia è definita un’opera estrema, con dei personaggi molto vivi e molto coscienti. La platea a Buenos Aires è divisa, quando vede la messinscena: il 50% ride, il 50% si arrabbia. Lo humor non è ricercato in quest’opera, perciò le reazioni sono diverse. A me, tuttavia, interessa che le persone vivano e si emozionino difronte ad Emilia. Io voglio impressionare."

E dopo questa "full immersion" nelle esperienze del mitico Tolcachir e del suo entusiasmante teatro argentino, non ci resta che goderci i 90 minuti di "Emilia" che solo la competenza artistica del "Teatro pubblico pugliese" poteva far giungere sul maestoso palco brindisino. (Luana Fedele - 16 marzo 2014 ore 23.00)


Riproduzione non consentita ©


Brindisi Indagine epidemiologica

Ferrari F14T
Alonso - Raikkonen


Giornata della
Memoria 2014


Emirates nuovi
collegamenti aerei

Le destinazioni top
viaggi del 2014

Pensioni: i requisiti
per 2014 e successivi