Il capitano della Movistar rispetta i pronostici: gioisce la Colombia, ma noi possiamo tenerci stretto l’entusiasmante Aru
 
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Giro d’Italia: a Trieste festeggia Nairo Quintana
Il capitano della Movistar rispetta i pronostici: gioisce la Colombia,
ma noi possiamo tenerci stretto l’entusiasmante Aru

ROMA (Italy) - Doveva essere il Giro di Quintana, ed il suo Giro è stato. Lo ha conquistato con irrisoria facilità grazie ad una terza settimana perfetta, quella decisiva, quella in cui tutti lo stavamo aspettando. I problemi respiratori che ne hanno condizionato la prima metà abbondante di questa Corsa Rosa sono scomparsi, e con essi i timori di non poter sfilare con la maglia riservata al leader sulle strade di Trieste. In fondo, è giusto che sia così: Quintana, secondo l’anno scorso solo a Froome sulle strade francesi, era il grande favorito, tanto che alla vigilia della partenza di Belfast il suo successo finale era quotato appena 1,70. Praticamente una vittoria scontata, strano a dirsi in uno sport imprevedibile e pieno di colpi di scena come il ciclismo. Una vittoria messa in discussione dalla scarsa lucidità mostrata nei primi appuntamenti montani, e soprattutto dalla crono delle Langhe, che ha incoronato a sorpresa Uran.


Ma nella tappa regina, quella che ha visto la carovana affrontare Gavia, Stelvio e Val Martello in successione, è venuta fuori la superiorità di Quintana, polemiche a parte. Ed ha così trovato compimento la favola di questo scricciolo caffellatte, cresciuto a quasi tremila metri d’altitudine, che ha trionfato in solitaria tra folate micidiali di vento e gelidi schiaffi di nevischio picchiettando con temerarietà sull’asfalto traditore delle vette alpine.

Il Giro dei colombiani
– Il primo successo colombiano nella storia del Giro d’Italia si è concretizzato nell’edizione che ha incoronato per eccellenza questi giovani avventurieri venuti dalle Ande per regalarci emozioni. Oltre alla vittoria di Quintana, si registra il secondo posto, dopo quello già ottenuto nel 2013, di Rigoberto Uran. Staccato nettamente solo dal connazionale vincitore, l’ex gregario di Bradley Wiggins non può avere grossi rimpianti: è la legge del più forte che lo ha obbligato ad arrendersi. E poi ancora Julian Arredondo, primatista nella speciale classifica riservata alle montagne nonché vincitore della tappa che ha fatto capo a Rifugio Panarotta. E perché non citare anche Fabio Duarte, secondo proprio quel giorno, meno giovane di altri suoi amici e compagni colombiani ma anch’egli scalatore di belle speranze. E’ quasi come se le nostre montagne, se i nostri passi, se quelle vette di cui ci possiamo vantare in tutto il mondo fossero diventate loro, per tre settimane. E’ anche questa la magia del Giro d’Italia alla fine dei conti.

L’oro sardo – Ma se fosse stato semplicemente il Giro dei colombiani, saremmo qui a tirarne le somme ricchi di ammirazione nei loro confronti ma anche molto affranti. Per fortuna non è stato così. Smarriti Scarponi e Basso, che hanno mollato un po’ per sfortuna un po’ per anzianità, le strade di casa nostra hanno messo in mostra le strabilianti capacità di Fabio Aru, uno scalatore che quasi casualmente si è trovato capitano dell’Astana, squadra trionfatrice l’anno scorso con Vincenzo Nibali. Ed Aru non si è lasciato condizionare dalle sue responsabilità. E’ rimasto nel gruppo dei migliori a studiare gli avversari nelle prime frazioni montane per poi sferrare il più bello ed inaspettato degli attacchi a Montecampione, al termine di una lunga ascesa che sedici anni fa aveva incoronato un altro giovane come lui, ovvero Marco Pantani. I più scettici, convinti di un suo crollo nella terza settimana, sono prontamente stati smentiti: Aru ha tenuto duro in quel fatidico martedì pomeriggio di Val Martello per poi sfidare nuovamente gli avversari a Rifugio Panarotta prima di accarezzare l’impresa nella cronoscalata del Grappa, dove solo il numero uno, ovvero Nairo Quintana, è riuscito a fermare il cronometro prima di lui. Se il presente del ciclismo italiano si chiama Vincenzo Nibali, lo squalo delle nevi che a luglio sfiderà il centauro Chris Froome sul Peyresourde e sull’Isoard, ad Hautacam e sul Tourmalet, il futuro sembra disegnato apposta per un altro scalatore isolano, ovvero Fabio Aru, un classe ’90 già capace di prodezze mozzafiato. Il ciclismo italiano è in ottime mani. O meglio, in ottime gambe. (Angelo Mingolla)


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Giro, 17.a tappa: finalmente è la volta di Pirazzi
Dopo anni di tattiche sbagliate, lo scalatore ciociaro pesca l’azione giusta in pianura:
è il terzo successo della Bardiani

ROMA (Italy) - Carpe diem, dicevano i latini. E questa espressione, impropriamente tradotta in italiano come ‘’cogli l’attimo’’, deve averla appresa bene Stefano Pirazzi dopo anni di successi sperati, avvicinati, lambiti, ma mai portati a casa. E tra l’altro ha dimostrato di averla ben recepita in uno degli appuntamenti che meno si addicevano ad un corridore delle sue caratteristiche, ovvero la classica tappa di transizione posta tra le grandi montagne. Da Sarnonico a Vittorio Veneto, 208 km di vitigni e pianura spezzati solo da tre GPM di quarta categoria, tra cui il Muro di Ca’ del Poggio, lo strappo che ha cambiato la storia di questa tappa, in parte anche di questo Giro, e sicuramente della carriera di questo corridore. Perché Pirazzi si è finalmente messo alle spalle amare beffe e cocenti delusioni centrando il primo successo da professionista dopo cinque anni di vani tentativi.


Tra pedalate e rammarico - Le proteste scatenate dall’azione di Quintana lungo la viscida discesa dello Stelvio tengono ancora banco quando da Sarnonico prende i battenti la 17.a tappa. Alla nuova maglia rosa non è certo riservato un trattamento di rispetto: gli uomini dell’Omega Pharma-Quick Step, la formazione capitanata da Rigoberto Uran, evitano di stringere la mano al folletto colombiano fresco di prima vittoria di tappa sulle strade italiane e soprattutto di leadership in classifica generale. Come da copione, una folta fuga anima sin da subito una tappa che si avvia con ritmi intensi, tanto che la prima ora scorre rapida con una velocità media che si attesta intorno ai 52 km/h, grazie anche ad alcune discese che addolciscono l’avvio di una frazione lunga ma, almeno sulla carta, poco dispendiosa. Sono ben 26 i battistrada che provano a mettersi in mostra, tra cui diversi italiani come Gasparotto, Gatto, Pirazzi, Felline, Montaguti ed uno spento Damiano Cunego, che tenta un’azione assolutamente non nelle sue corde a dieci anni esatti di distanza dall’ultimo successo ottenuto al Giro. Il gruppo, comandato dalla Movistar di Quintana, procede a ritmi tutt’altro che serrati lasciando intuire che le possibilità dei fuggitivi siano notevoli: ne approfittano gli uomini in testa, il cui vantaggio inizia a dilatarsi a dismisura prima di diventare insormontabile.

Lo strappo - Il folto gruppo che comanda la tappa inizia a sgretolarsi sulle prime rampe, per poi sciogliersi completamente sul Muro di Ca’ del Poggio, già affrontato dalla carovana rosa lo scorso anno in occasione di un’altra tappa di transizione, ovvero quella con arrivo a Treviso, che premiò un velocista. O meglio, il velocista per eccellenza, Mark Cavendish. Stavolta però a giocarsela sono i fuggitivi, e l’attacco di De Gendt, domatore dello Stelvio nel 2012, costringe Pirazzi a rispondere proprio in vetta alla lieve asperità. Nella discesa successiva rientrano Montaguti, Wellens e soprattutto McCarthy, pericoloso passista della Saxo-Tinkoff. Davanti c’è entusiasmo e collaborazione: i cambi regolari scandiscono l’incessante passare dei chilometri, che avvicinano sempre di più i cinque al comando al traguardo. Dietro, invece, si vive solo di spunti ed ostruzionismo, dato che i compagni di squadra di Pirazzi, su tutti Boem, fanno il possibile per evitare che al già cospicuo gruppo di testa, almeno per le caratteristiche del loro capitano, si aggiungano altri pretendenti.

Carpe diem - Pirazzi ben sa, come tutti in fondo, che l’arrivo che si prospetta poco gli si addice. E allora sorprende tutti, non certo una novità: ma stavolta fa le cose per bene. Le fa cogliendo l’attimo, traducendo il più noto degli aforismi di Orazio in un’azione ciclistica nuda e cruda. A poco più di un km dal traguardo gli inseguitori sono troppo lontani: tutti si studiano, provano a leggere le possibili azioni avversarie, ma nessuno si accorge dell’attacco di Pirazzi, che pianta tutti in pianura scegliendo l’istante esatto per guadagnare terreno. E Pirazzi inizia ad annusare da subito una vittoria che metro dopo metro pare sempre più vicina, dato che alle spalle nessuno vuole prendersi la responsabilità, e l’annesso rischio, di uscire allo scoperto per tamponarne lo scossone. La fiondata, generosa ed intelligente, va a segno: Pirazzi alza le braccia sul traguardo dopo cinque anni di tentativi andati a vuoto e si concede anche un gesto dell’ombrello che poco gli fa onore ma che, moralismo a parte, è forse anche giustificabile per mettersi alle spalle montagne di critiche. Una volta per tutte. Critiche legate alla sua presunta incapacità di cogliere quel fatidico e maledetto attimo. Oggi Pirazzi, invece, ha dimostrato che ne è capace, anche in un percorso difficile per uno come lui. E ne è capace come Canola e Battaglin, che avevano già regalato due successi alla Bardiani, la sua squadra, vera rivelazione di questo Giro. Una squadra che, di attimi, ne sta cogliendo parecchi. Metà dei successi azzurri in questa Corsa Rosa sono opera del team di Roberto Reverberi: grazie a Pozzovivo ed Ulissi, grazie ad Aru, ma grazie soprattutto a voi. (Angelo Mingolla)


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Giro, 15.a tappa: Aru doma l’ascesa di Montecampione
Il sardo, ora quarto a 2’24’’ da Uran, mette in riga tutti gli avversari.
Per vincere la Corsa Rosa dovrete fare i conti anche con lui

ROMA (Italy) - Il ciclismo italiano non è solo il binomio Nibali-Ulissi. Il weekend della seconda settimana di questo Giro ha restituito onore alle due ruote senza motore di casa nostra dapprima attraverso i capolavori di Canola e Battaglin, quindi grazie all’impresa, perché di questo si tratta, di Fabio Aru. Questo giovane sardo, alla prima vittoria da professionista, ha entusiasmato tutti gli appassionati su una delle più impervie salite di questa edizione della Corsa Rosa, una di quelle rampe in cui i battiti del cuore, sempre più veloci, scandiscono un tempo che sembra non passare mai. Lo ha fatto con una progressione devastante, che ha messo in fila i grandi favoriti e rilanciato le sue ambizioni nell’ultima delle tre tappe dedicate a Marco Pantani. Il romagnolo ipotecò proprio a Montecampione il Giro del 1998 con un’azione memorabile e, a dir la verità, non troppo diversa rispetto a quella che Aru ci ha regalato questa volta. Chissà che non sia un segno del destino, fatto sta che questo trionfo è un più che valido motivo se non altro per illuderci.


Atarassìa – La frazione domenicale, ultimo appuntamento del trittico del Pirata, conduce a Plan di Montecampione: gli ultimi 20 km sono un continuo succedersi di pendenze incredibilmente regolari, spezzate soltanto da un falsopiano che spacca in due tronconi una salita in cui di Plan c’è veramente poco. Giunti ai piedi dello scoglio bresciano, gli uomini di classifica prendono posizione: recuperati i fuggitivi, si registrano i generosi attacchi di Arredondo e Deignan che, scattati troppo presto, pagano dazio l’interminabile ascesa. Nel gruppo si studiano tutti: il primo tentativo di Rolland viene facilmente sedato da Uran, che subito dopo infiamma all’improvviso la corsa con una lieve ma pungente accelerazione. Pozzovivo, che aveva promesso fuoco e fiamme, ha ancora nelle gambe l’acido lattico dovuto all’attacco sferrato ad Oropa, mentre Cadel Evans si aggrappa faticosamente ad un asfalto che proprio non vuole saperne di concedergli una tregua. Il nostro ciclismo pare tagliato fuori da uno degli appuntamenti più sentiti dai sostenitori italiani. E invece …

Sorpresa! – E invece ci siamo tutti dimenticati di Fabio Aru, che, pur non essendosi ancora reso protagonista di attacchi eclatanti, è sempre rimasto tra i migliori dall’inizio. Il 23enne sardo, svincolato dagli obblighi di gregariato viste le pessime condizioni di capitan Scarponi, capisce che è arrivato il suo giorno. E lo capisce così velocemente che nessuno di noi ha modo di rendersene conto: sferrata la pugnalata nel tratto più impervio, solo Uran riesce a contenerlo. Aru e Uran, connubio strano ma proficuo, recuperano tutti e sembrano potersi giocare la tappa. O meglio, Aru fa tutto da solo visto che la maglia rosa non gli concede neanche un cambio. Del perché ce ne accorgiamo poco dopo: Uran non collabora non certo per emulare il connazionale Quintana, ma semplicemente perché non ha il passo giusto per aiutare il compagno di fuga. Aru, che aveva intuito prima di noi anche questo, aspetta il momento propizio per scattare ancora, ed infatti se ne va di punto in bianco per la seconda volta: stavolta Uran non lo insegue più. E’ il punto esclamativo su un assolo per certi versi epico. Il risultato, al netto degli abbuoni, è più che soddisfacente: 28 secondi guadagnati su Quintana e 52 nei confronti di Uran. E quelle braccia alzate a più riprese al traguardo, in un momento di apoteosi ed incredulità, ci lasciano sognare, confortati anche dalle statistiche. Nei due precedenti a Montecampione (1982 e 1998, sedici gli anni di distanza) si erano imposti Hinault e Pantani, che poi avevano sfilato in rosa all’ultima tappa. E proprio sedici anni dopo l’ultima volta, a trionfare in quel di Montecampione è il giovane Aru, un ragazzo venuto dal Medio Campidano per regalarci emozioni. Questi numeri, uniti all’impresa ciclistica vera e propria, ci lasciano più di qualche spiraglio: non c’è mai due senza tre, in fondo. Andrà così pure stavolta, Fabio? (Angelo Mingolla)


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Giro: è di Ulissi la tappa del Pirata
Magnifico bis del toscano a Montecopiolo: Evans in rosa

ROMA (Italy) - Deve esistere da qualche parte il Dio del ciclismo. E se non un Dio, almeno una giustizia divina: è la tappa di ieri che ce lo dimostra. Il primo vero appuntamento del Giro, fissato all’ottava frazione, non ha lesinato emozioni. I pronostici della vigilia, quelli che prospettavano una lotta serrata tra i grandi scalatori, sono andati in frantumi: mentre i big si guardavano, il primo a tagliare il traguardo è stato Diego Ulissi, uno su cui in pochi avrebbero scommesso, autore di una sontuosa cavalcata negli ultimi 300 metri. Ma questo ragazzo di Cecina, con la faccia di un buttero ed il cuore di un leone, ha dimostrato che quando nelle gambe c’è carburante non esiste profilo altimetrico o percorso che tenga. Lo ha fatto nella tappa a cui noi italiani eravamo maggiormente legati: quella del Carpegna, la salita per eccellenza di Marco Pantani. E Ulissi, da ciclista ormai completo, sul Carpegna si è difeso alla grande per poi sferrare la controffensiva finale sull’aspra ascesa di Montecopiolo. Quasi come il Pirata.


I mille metri di fuoco - 179 kilometri, di cui 40 di vera salita, ma è nell’ultimo che succede di tutto. Pierre Rolland vede ormai la vittoria ad un passo: viaggia spedito ed è inseguito da un gruppo che, pur essendo folto, è formato da uomini di classifica che si specchiano, si studiano, si guardano, ma non scattano. Cadel Evans, con la maglia rosa ormai sulle spalle visti i minuti di ritardo già accumulati da Matthews, non vuole sferrare il colpo e lascia al fido scudiero elvetico Morabito il compito di fare l’andatura. L’andatura è in realtà blanda, le energie di Morabito iniziano ad esaurirsi mentre Rolland annusa passo dopo passo la vittoria. Poi però ecco l’imprevisto, ecco la discesa della provvidenza ciclistica: l’attacco di Dani Moreno infiamma un gruppo che improvvisamente si riporta sulle tracce del battistrada francese, le cui possibilità di trionfo iniziano a scemare metro dopo metro. Rolland sente il fiato degli avversari sul collo e si pianta letteralmente sull’ultima rampa: la stessa sorte tocca a Moreno che, superato il francese, si blocca a un solo tornante dal traguardo, un po’ come Dorando Pietri alle Olimpiadi del 1908. Dal gruppo sbucano Kiserlovski ed un uomo con la maglia della Lampre: non è Cunego, ma Ulissi. Sì, proprio lui, quello che ha già trionfato a Viggiano e che tutti credevano fosse destinato a staccarsi sul Carpegna. Invece Ulissi sul Carpegna non si è staccato, e come se non bastasse sbuca per primo dall’ultima curva e stravince in solitaria lasciando sul posto tutti gli altri avversari, quasi a rimarcare ancora una volta un semplice concetto: nel ciclismo vince sempre chi ha più gamba. I pronostici, le previsioni, i calcoli sono discorsi buoni per chi commenta seduto su una poltrona. Ma ad oltre mille metri di quota, dove il cuore pulsa sempre più forte e le gocce di sudore si adagiano dolcemente sull’asfalto, ci vuole ben altro.

Ricordi e prospettive - Ieri Ulissi ha ricordato Pantani, a tutti. Ci saranno sempre i più scettici, quelli convinti del fatto che uno scalatore come il Pirata non ci sarà donato mai più, ma questo giovane toscano ha trionfato da ciclista vero, maturo e pronto per la Nazionale. ‘’Se sono riuscito a scollinare nel gruppetto dei migliori, è perché sono al 100% -ha confessato Ulissi dopo la tappa-. Ho fatto una grandissima fatica, ma senza strappare e salendo col mio passo. Ieri (venerdì, ndr) avevo montato il 52 per poter sprintare con maggiore agilità, e la mossa ha pagato: negli ultimi 100 metri ho rimontato Kiserlovski ed ottenuto una grandissima vittoria‘’. Una vittoria straordinaria, meritata, quasi presagita, una vittoria che testimonia la metamorfosi di un corridore che, oltre per le classiche di un giorno, adesso sembra esser fatto anche per le corse a tappe. All’orizzonte ci sono i Mondiali di Ponferrada e Richmond, obiettivi che Ulissi può centrare, ma prima ci sono altre tappe, altre possibilità per regalare nuove emozioni perché in fondo ‘’non c’è due senza tre’’. Era la tappa del Pirata, quella del Carpegna, la sua salita per eccellenza. Una salita che Pantani affrontava senza cardiofrequenzimetri o marchingegni di chissà quale tipo, ma che in ogni momento della sua carriera gli mostrava limpidamente la sua condizione. In che modo? A suon di sensazioni provate nelle gambe. Questa tappa è tutta tua, Diego. E forse doveva andare per forza così: perché il giorno del ricordo di Pantani non poteva che essere un giorno felice per tutti noi italiani. (Angelo Mingolla)


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Giro: a Belfast acuto di Marcel Kittel
Il tedesco stacca tutti e centra il primo successo di tappa alla prima occasione
la maglia rosa finisce sulle spalle di Matthews

ROMA (Italy) - Prima ancora che una maiuscola prova di forza pare una inconfutabile dimostrazione: Marcel Kittel è il padrone delle volate, come già previsto alla vigilia. E il tedesco ha voluto rimarcare il concetto con un’affermazione schiacciante, che lo ha visto trionfare in quello che, all’imboccatura dell’ultima curva, sembrava il meno adatto degli arrivi per un corridore delle sue caratteristiche. Kittel, un velocista puro, abituato a lunghi rettilinei, si è trovato da solo ad affrontare gli ultimi 270 metri: piazzato male, senza compagni al suo fianco e con diversi avversari molto più avanti di lui, Kittel sembrava ormai spacciato. Ma alla fine l’ha spuntata per distacco, con un’azione perentoria. Un numero dei suoi, in fondo.

Oggi Tappa domenicale con arrivo a Dublino: 187 km con due strappi di poco conto in avvio (entrambi GPM di quarta categoria). Poi sarà solo pianura, poi potrebbe essere solo Marcel Kittel.


Fermi tutti – 270 metri alla fine ed una curva fondamentale per affrontare al meglio il corridoio conclusivo di una tappa emozionante e complicata: Marcel Kittel è messo malissimo. Smarriti i compagni, che avevano tentato di preparargli la volata senza però riuscire ad agganciarlo al loro lungo treno, l’uomo di punta del Team-Shimano si ritrova avvolto in un gomitolo di avversari. Uno su tutti Nacer Bouhanni: il giovane francese piazza davanti i suoi uomini e nel rettilineo finale è quello messo meglio, almeno nella cerchia dei favoriti. Kittel capisce che è necessario un attacco disperato, al di là del coefficiente di difficoltà della sua azione. La sua maglia scura spunta dalle retrovie del gruppo dei velocisti mentre Bouhanni ed Elia Viviani attendono il momento propizio per scattare. Di fatto, la volata di Kittel dura 270 metri, ma bastano i primi cento per capire che è fatto di un’altra pasta rispetto ai suoi rivali: Bouhanni, che pure si era mosso bene organizzando meticolosamente la volata, è beffato. Ma che beffato: rimontato, regolato, asfaltato. E non certo per colpa sua.

Delusioni – La maglia rosa resta in casa Orica-Green Edge, ma non più sulle spalle di Svein Tuft. Il canadese, che aveva promesso di tirare la volata per il compagno Matthews se ce ne fosse stata possibilità, cede il primato proprio al giovane australiano, piazzatosi meglio oggi a parità di tempo. Ma di rimpianti, più che per Tuft, ce ne sono parecchi per Elia Viviani. Il veronese viene scalzato dal podio da un altro italiano, ovvero Giacomo Nizzolo, dopo aver fatto lavorare molto i suoi. Forse anche troppo. E’ stata la Cannondale, infatti, ad occuparsi dei fuggitivi: ripresi senza grandi problemi Fedi, Armee e Romero, Tjallingii ha creato diversi problemi. L’esperto passista olandese, duro a mollare, ha provato a spingere da solo quando gli altri battistrada si sono arresi dopo oltre 200 km di fuga, di pioggia e di folate di vento sulla faccia. I suoi continui scatti hanno messo in mostra un’ottima condizione fisica, tanto che se la Cannondale non avesse deciso di prendere le redini della situazione con così tanta decisione forse avrebbe avuto addirittura la chance di fare il colpo grosso. Così non è stato: Kittel, che vanta anche quattro successi di tappa al Tour ed uno alla Vuelta, trova la prima affermazione all’ultimo grande giro che gli mancava. E questa vittoria, in parte, la deve anche agli uomini di Roberto Amadio. Trionfa al Giro, ma in Irlanda, non ancora in quell’Italia dove non è amatissimo, in particolare dopo la Tirreno-Adriatico di quest’anno. Adesso ripetersi nel Bel Paese è d’obbligo, ma una buona occasione per centrare il bis può essere già la tappa domenicale con arrivo a Dublino: 187 km con due strappi di poco conto in avvio (entrambi GPM di quarta categoria). Poi sarà solo pianura, poi potrebbe essere solo Marcel Kittel. (Angelo Mingolla)


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Giro d’Italia 2014: al via la partenza numero 97
Corsa Rosa nel ricordo di Pantani, 3450 km e tanti i candidati alla vittoria finale

ROMA (Italy) - Mancano ormai pochissime ore alla partenza del Giro d’Italia 2014, edizione numero 97 della Corsa Rosa. Il grande protagonista dello scorso anno, ovvero Vincenzo Nibali, non ci sarà: lo Squalo, che l’anno scorso ha restituito onore al ciclismo italiano con l’impresa sulle Tre Cime di Lavaredo, dove si è arrampicato con l’eleganza di un camoscio su una delle salite più impervie del mondo, ha preferito centellinare gli sforzi per preparare al meglio il Tour de France, la regina delle corse a tappe, dove sfiderà il centauro Chris Froome.

E allora le strade di casa nostra sono alla ricerca di altri protagonisti, volti vecchi e nuovi che possano regalare emozioni su un percorso che si preannuncia spettacolare. Non sarà un Giro con grandi nomi, ma la battaglia si preannuncia molto accesa. Ricorrono quest’anno il centenario della nascita di Gino Bartali ed il decennale della scomparsa di Marco Pantani.


Il percorso – Il 2014, per gli amanti delle due ruote senza motore, non è certo un anno come gli altri: ricorrono infatti proprio quest’anno il centenario della nascita di Gino Bartali ed il decennale della scomparsa di Marco Pantani. La corsa richiamerà continuamente il ricordo dello scalatore italiano più forte di tutti i tempi. I corridori, infatti, saranno costretti ad affrontare le sue salite per eccellenza: non ci saranno, come è facile intuire, tappe di montagna abbordabili. Dopo l’avvio irlandese e le prime frazioni italiane, che sulla carta non dovrebbero fare grande selezione, il primo grande appuntamento è fissato all’ottava tappa, con l’arrivo a Montecopiolo che prevede l’ascesa del Carpegna, che il Pirata affrontava abitualmente nei suoi allenamenti partendo da Cesenatico. I velocisti, che avranno a disposizione almeno otto tappe per dire la loro, dovranno certamente tirare il fiato anche ad Oropa (14.a tappa), dove Pantani vinse rimontando 49 corridori a seguito di un salto di catena ai piedi della salita, e Montecampione (15.a), località che nel 1998 incoronò lo scalatore romagnolo dopo una spettacolare battaglia con Tonkov. Nell’ultima settimana, quella decisiva, da sottolineare con la matita rossa gli arrivi di Val Martello (16.a frazione), tappa già in programma l’anno scorso ma annullata per maltempo, e soprattutto dello Zoncolan. Proprio lo scoglio della Carnia, una lugubre montagna pelata, potrebbe risultare decisivo con i suoi 10,5 km all’11% (punte oltre il 20%): in molti lo considerano la salita più dura d’Europa.

I protagonisti
– Non sarà un Giro con grandi nomi, ma la battaglia si preannuncia molto accesa. Per sfilare in Rosa sulle strade di Trieste sarà indispensabile una saggia gestione delle energie, vista la lunga serie di tappe dall’elevatissimo coefficiente di difficoltà. Nella lista dei papabili va inserito Ivan Basso, a caccia dell’ultimo grande successo della sua carriera: il varesino, trionfatore nel 2006 e nel 2010, si affida un po’ anche alle statistiche. I suoi trionfi sono sempre arrivati a quattro anno di distanza l’uno dall’altro: sarà la volta buona? Numeri a parte, un nome caldissimo è quello di Rigoberto Uran. Il colombiano, partito l’anno scorso come gregario di Wiggins, si è imposto sul Montasio chiudendo alla fine solo alle spalle dello scatenato Vincenzo Nibali, dimostrando quindi di essere uno scalatore da non sottovalutare. Un altro pericolosissimo suo connazionale è Nairo Quintana, secondo quest’anno alla Tirreno-Adriatico, e secondo l’anno scorso anche al Tour, dove ha trionfato ad Annecy-le Semnoz. Occhi puntati anche su Purito Rodriguez, uno scalatore che ama le pendenze più aspre, e Cadel Evans, che ha portato a casa il Giro del Trentino con una splendida affermazione a Roncone, dove ha staccato Domenico Pozzovivo. Proprio il lucano, primo nel 2012 a Lago Laceno, potrebbe regalare spettacolo nel caso in cui dovesse puntare un paio di tappe. Infine, riflettori accesi anche sui grandi del passato: Scarponi e Cunego, entrambi trionfatori in una edizione, e Ryder Hesjedal, vincitore nel 2012 ed irriconoscibile lo scorso anno, dove sia al Giro che al Tour ha pagato dazio una condizione fisica precaria. Capitolo velocisti: Petacchi farà le veci di Cavendish, e insieme a lui ci saranno su tutti Kittel e Boasson-Hagen insieme al promettente galletto Bouhanni. Insomma, mancherà il capo del Tour, Chris Froome, l’uomo che ha messo tutti in fila sul Ventoux a suon di mulinate, ed insieme a lui non ci sarà il campione in carica Vincenzo Nibali, che si sta concentrando sulla Grande Boucle. Ma questo Giro promette ugualmente emozioni.
(Angelo Mingolla)


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