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Mondiali: affonda la spedizione azzurra
Decisioni sbagliate e risultati inaccettabili: è il fallimento di un sistema calcistico da rifondare
Prandelli ed Abete si dimettono

ROMA (Italy) - Due eliminazioni consecutive dopo la prima fase di un Mondiale sono un dato sconcertante, che suscita inevitabilmente perplessità e profonde riflessioni. La brutta sconfitta incassata dall’Uruguay è costata all’Italia uno dei record in negativo peggiori della nostra storia: siamo sempre riusciti a raggiungere la seconda fase da mezzo secolo a questa parte. L’unico precedente, infatti, risale all’edizione cilena ed a quella inglese, a cavallo tra i lontani 1962 e 1966. Ma se il sistema calcistico italiano degli anni Sessanta era agli albori, dato che stava iniziando a plasmarsi potendo contare su solide società in grado di sfornare costantemente promesse e fuoriclasse, quello di oggi pare ormai destinato ad un inesorabile e triste declino. Un declino che ha radici profonde, non certo riconducibili alle due prestazioni opache che ci sono costate il Mondiale, ovvero le sconfitte abuliche, quasi inerti, rimediate dalla Costa Rica prima e dalla Celeste poi.


Mentalità retrò - Tutto ruota intorno a questo maledetto due. Non sono soltanto due, infatti, le eliminazioni consecutive racimolate al termine della fase a gironi, ma sono anche altrettante le occasioni concrete create dall’Italia… proprio nelle ultime due partite. Quella qualificazione che sembrava in pugno dopo l’esordio vittorioso con l’Inghilterra ha iniziato a vacillare sempre di più, sino a sgretolarsi definitivamente con il fatidico colpo di testa di Godìn, un centrale che quest’anno ha trascinato a suon di incornate la sua squadra di club, ovvero l’Atletico Madrid, verso la Liga. Ed ora anche l’Uruguay verso gli ottavi di finale. Chi si aspettava un’Italia battagliera, grintosa e pronta a tutto è rimasto deluso. Ma stavolta vale lo stesso anche per chi aveva pronosticato una partita accorta, condita da poche ma significative occasioni a tinte azzurre. L’Italia, rispolverato quel 3-5-2 che più che un modulo sembra (o meglio, sembrava) un talismano, ha dato l’impressione di voler giocare col cronometro dal primo minuto. Squadra compatta, ben messa in campo, che ha limitato al minimo gli errori senza mai rischiare una giocata che potesse esulare dal mondo scolastico dell’ordinario. Nella partita della verità di una competizione come questa, breve e cruciale, gestire il vantaggio più che un lusso che non ci si può concedere è un errore imperdonabile. Il Mondiale è un torneo che sprona inevitabilmente ogni calciatore a dare il massimo, che sia il protagonista o che sia una semplice comparsa, ed il requisito minimo di questa manifestazione è sempre quello di scendere in campo per vincere. E per quanto poco gli uomini di Tabarez ne abbiano dato l’impressione, loro l’hanno fatto. Avevano un solo risultato a disposizione, questo è vero: ma noi non ne siamo stati ugualmente capaci. O forse non l’abbiamo voluto.

Anno zero - Gli episodi sono sempre decisivi, soprattutto in un dentro o fuori. Più del clima, più della storia e delle parole della vigilia, più del valore di una squadra, forse anche più delle motivazioni. Sicuramente è stato così nel nostro caso, dato che l’Italia delle ultime due partite del suo Mondiale è parsa scarica, quasi come si fosse sgonfiata improvvisamente di tutti i sogni e le aspettative che si era caricata sulle spalle dopo il 2-1 rifilato all’Inghilterra. Ma prima ancora che spenta, a tratti svogliata, l’Italia è parsa povera. Una povertà di idee e di iniziative, di spunti e di giocate. Qualcosa che non nasce dal caso, soprattutto se si tratta di 180 minuti e non di un tempo, ma che ha radici profonde. Le stesse radici di questo malinconico tramonto che sta vivendo l’intero sistema calcistico italiano. Perché si deve parlare esattamente di questo, lasciando da parte quei mezzi termini che hanno forse fatto comodo a qualcuno dopo il fallimento sudafricano, ma che adesso non fanno decisamente più al caso nostro. Prima ancora di giudicare l’operato di Prandelli, che ha rassegnato le proprie dimissioni nel post-partita, va premesso che il nostro c.t. ha dovuto scegliere i suoi 23 da una rosa totale molto ristretta, e di livello decisamente mediocre. Il fatto che le tre grandi società del nostro Campionato abbiano contribuito poco, servendo la causa azzurra con soli nove uomini, non testimonia un repentino innalzamento del livello della Serie A, quanto un progressivo impoverirsi del valore dell’italianità nelle big del nostro calcio che, al di là dell’ultima stagione, restano sempre il cuore pulsante di tutto il meccanismo. Se la Juventus ha contribuito con sei giocatori, l’ossatura della squadra di Conte ed anche di Prandelli, il Milan ha inviato in Brasile soltanto tre italiani. L’Inter addirittura zero. Numeri che non possono passare inosservati.

Crisi di talento
- E così Prandelli ha dovuto forzatamente pescare soluzioni improbabili dalle squadre di seconda fila. Ecco perché sia il Torino che il Parma sono stati rappresentanti da tre giocatori a testa: in totale, due in più di quelli di Fiorentina, Roma, Napoli e Lazio messe insieme. Gli oriundi (Paletta e Thiago Motta) hanno decisamente sfigurato, aumentando i rimpianti di chi, al posto loro, avrebbe preferito Ranocchia e Florenzi. Le big del nostro calcio stanno riempiendo le loro caselle vuote di stranieri, e di questo sta risentendo l’intero sistema che è alle loro spalle. Le esclusioni di Rossi e Destro hanno fatto scalpore, ma pensare che fossero loro due gli uomini giusti per arrivare fino in fondo è più che un’utopia. Le dure critiche rivolte alle nostre società, che puntano molto sugli stranieri a partire dai settori giovanili, più che vacue ed astratte adesso sembrano una amara condanna nei confronti di chi ha scelto a senso unico, o quasi, senza valutare le conseguenze delle proprie riflessioni. I tempi di Meazza e Piola, di Mazzola e Rivera, di Rossi e Baresi, di Baggio e Del Piero, di Totti e Cannavaro sono finiti. Che il Made in Italy stia risentendo del brutto periodo globale, già lo sapevamo. La novità è che da oggi questo vale anche per il nostro calcio. (Angelo Mingolla)


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Mondiali in Brasile: tra l’Italia e gli ottavi c’è l’Uruguay
Alla scoperta della Celeste, una squadra operaia
con una coppia d’attacco stellare: il binomio Suarez-Cavani mette già i brividi

ROMA (Italy) - Un celebre proverbio sostiene che il buongiorno si veda dal mattino. E no, non sempre è così. Sicuramente non lo è per l’Uruguay che, sconfitto all’esordio dalla Costa Rica, sembrava già pronto per dire addio ai sogni di gloria. Ma non è andata in questo modo, perché gli uruguaiani sono gente tosta, gente che porta indosso una corazza forgiata da chissà quante battaglie. Gente che non si perde d’animo alla prima cosa che va storta, ma che prima di mollare è pronta a tutto. E’ la loro storia che ce lo insegna.

L’ultimo Mondiale portato a casa dalla Celeste affonda le radici in un infernale pomeriggio di luglio del 1950. In un Maracanà esaurito in ogni ordine di posto, che ospitava poco meno di 200mila spettatori(record mai superato nella storia), di cui appena un centinaio uruguaiani, Schiaffino e Ghiggia scrissero insieme la pagina più amara della storia calcistica del Brasile, che perse in casa una Coppa del Mondo che appariva agli occhi di tutti una formalità.


Era la partita conclusiva del girone finale di un Mondiale che il Brasile avrebbe vinto anche con un semplice pareggio: ma il titolo andò all’Uruguay, che si impose 2-1 gelando decine di migliaia di cuori carioca. 64 anni dopo, ovvero a 16 Mondiali di distanza, tocca a noi evitare quello che è stato ribattezzato il ‘’Maracanazo’’. Di tempo ne è passato, ma le analogie sono tante, forse di più rispetto alle differenze. Anche noi avremo due risultati su tre, anche noi siamo – o forse eravamo sino a poco fa – i favoriti per il passaggio del turno. Anche noi affronteremo un Uruguay solido, compatto, con due stelle che ne guidano il cammino: stavolta si tratta Luis Suarez ed Edinson Cavani.

Attenti a quei due - Cavani è una specie di nostro figlio calcistico adottivo, lo conosciamo meglio di chiunque altro. Attaccante agile, dinamico, rapido, capace di segnare gol straordinari ma anche gol straordinariamente facili per via di quell’innato fiuto del gol che da sempre lo contraddistingue. A Palermo si è plasmato, crescendo anno dopo anno: a Napoli è esploso. Ha indossato la casacca partenopea 138 volte, mettendo a segno complessivamente 104 reti: numeri strabilianti per uno che alla corte di Mazzarri e Da Laurentiis è rimasto appena tre anni. L’altra stella, Luis Suarez, quello che conosciamo un po’ meno, anche se abbastanza per poterlo descrivere, ha un nome ed un cognome pesanti. E sì, perché Luis Suarez (Miramontes) è stato anche uno dei più grandi centrocampisti della storia del calcio, uno che ha vinto tutto con le maglie di Barcellona ed Inter. Luis Alberto Suarez, quello che martedì pomeriggio andremo ad affrontare, è un giocatore completamente diverso rispetto al sopracitato progenitore di tutti i registi moderni. Solo una cosa li accomuna, ovvero l’indescrivibile talento. In molti lo chiamano El Pistolero, un soprannome geniale, dato che Suarez dà sempre l’impressione di essere pronto per colpire da un momento all’altro. Quando decide di farlo, non esiste via di fuga che tenga.

Metamorfosi - Suarez si è guadagnato la notorietà con valanghe di reti segnate ai tempi dell’Ajax, che hanno fatto lievitare vertiginosamente il suo valore di mercato, tanto da arrivare a costare 30-35 milioni. Troppi secondo le società italiane che tanto lo hanno seguito, troppi per un attaccante esploso nel campionato olandese. L’Eredivisie non sarà il più difficile dei campionati a livello tattico, ma intanto il Liverpool ci ha scommesso. E ha deciso di sposarne la classe, il talento, ma anche la follia, che in tanti momenti – forse troppi - è diventata pura stupidità: il morso ad Ivanovic, costato dieci giornate di squalifica, il rifiuto di stringere la mano ad Evra, solo perché di colore. Genio, tanto genio disseminato in campo, ma il primo Suarez sembrava avere il cervello soltanto nei piedi. E invece quest’anno si è trasformato, dopo lunghi colloqui con Brendan Rodgers, che lo ha convinto a restare ad Anfield: non protesta, non si lamenta, scende in campo per regalare attimi di spettacolo e basta. Titolo di capocannoniere stravinto con 31 gol all’attivo ed una Premier sfiorata, persa più per sfortuna che per demeriti. Quest’estate andrà via, sicuramente direzione Spagna: Madrid o Barcellona, non ha ancora deciso. Intanto tocca a noi tenerlo a bada. Come si fa? Bisognerà complicare il lavoro delle fonti di gioco uruguagie, come fatto perfettamente contro l’Inghilterra, quando siamo riusciti ad annullare Rooney. Alvaro Gonzalez, Cristian Rodriguez, Arevalo Rios, Nicolas Lodeiro: il centrocampo di Tabarez ha polmoni grandi, ma piedi che definire ruvidi a tratti pare un eufemismo. E poi raddoppi, raddoppi sistematici su Suarez: bisogna farlo giocare in condizioni difficili, costringendolo sempre a dover saltare l’uomo. Non un’impresa per uno come lui, ma almeno un problema in più. Per il resto, possiamo solo incrociare le dita.
(Angelo Mingolla)


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Mondiali Brasile: Italia, fuori il carattere
Il colpo di testa di Ruiz condanna gli azzurri: la Costa Rica è agli ottavi
Adesso serve almeno un pari con l’Uruguay

ROMA (Italy) - Si può passare dall’avere il primo posto in pugno al rischiare il passaggio del turno nell’arco di soli 90 minuti? La risposta è sì. O almeno, questa Italia ha dimostrato di esserne capace. La sconcertante sconfitta incassata con la Costa Rica ridimensiona le ambizioni azzurre in un Mondiale dalle mille contraddizioni, almeno per quanto visto sino ad ora. Pensavamo di aver risolto tanti problemi in poco tempo, ed invece siamo di fronte ad una serie di difficoltà che non avevamo preventivato: la prima di tutte è che adesso dovremo sudare, e non poco, per staccare il pass per la fase successiva. Che non sarà affatto agevole, dato che gli ottavi, molto probabilmente, ci riserverebbero l’avversario da evitare, ovvero l’imprevedibile Colombia. Meno di una settimana fa abbiamo lodato l’Italia pragmatica di Manaus, oggi siamo costretti a riconoscere i limiti – che a tratti sembravano invalicabili – di quella che si è lasciata sopraffare dalla sorprendente Costa Rica.


Fiducia - Distruggere, si sa, è molto più semplice che costruire, quindi la reazione più immediata conduce allo scetticismo più totale. Ma la riflessione da fare in questo momento è un’altra: il calcio è una materia oscura, non una scienza esatta, fatta da partite che cominciano bene e da giornate storte. Se una partita nasce storta, l’esperienza ci insegna che non può che terminare allo stesso modo. Ed è esattamente quello che è successo ieri pomeriggio. Ma se in un’altra, ovvero quella vittoriosa con l’Inghilterra, questa Nazionale è riuscita a conquistare la fiducia di tutti, questo non può essere solo frutto del caso. Questa Italia ha certamente tanti pregi, ma anche molti difetti. Occorre analizzarli al dettaglio per prevenire i problemi che si sono ripresentati con la Costa Rica dopo le tante amichevoli deludenti contro avversari della caratura dei ticos, se non addirittura inferiore. Non è facile risolvere problemi strutturali e di gioco in poche settimane, per di più se ci si trova nel pieno di una competizione come il Mondiale. Ma si possono almeno studiare delle soluzioni.

Mancanza di rimedi - Stilare un elenco delle cose che non hanno funzionato è, nostro malgrado, un’operazione lunga e un filo nostalgica, dato che i sogni sorti improvvisamente dopo la partita di sabato notte si sono sgonfiati con la stessa facilità. E tra l’altro al cospetto del meno temibile degli avversari, almeno sulla carta. Ma sarebbe ancor più grave dimenticare questa partita, dato che ha riproposto tutte quelle pecche già viste e riviste che pensavamo – o forse sognavamo – di aver cancellato in un battibaleno. La prima cosa che la Costa Rica ci ha insegnato è che questa Italia ha bisogno di palleggiare per rendersi pericolosa: non abbiamo velocità sugli esterni, ma soprattutto non disponiamo di giocatori capaci di scardinare le retroguardie avversarie compatte. La difesa inglese, molto permeabile, ha lasciato buon gioco ai nostri uomini d’attacco. Quella centramericana, invece, ha adoperato perfettamente la strategia del fuorigioco annullando sistematicamente ogni nostro tentativo. Solo due volte le aperture di Pirlo sono andate a segno, ma in entrambi i casi, sempre sullo 0-0, Balotelli ha sciupato. Peccato, poteva essere una partita diversa.

Altre pecche - L’assenza di soluzioni non è però l’unico problema: Cassano, Insigne e Cerci, i tre subentrati, hanno di fatto sbagliato ogni giocata. L’impatto devastante, ma in senso negativo, degli uomini scelti da Prandelli per risollevare un match già compromesso deve farci riflettere. L’Italia necessita di campo per distendere il proprio raggio d’azione: c’è sempre bisogno dei lanci di Pirlo, dato che Marchisio, De Rossi e l’impalpabile Thiago Motta sono più degli assaltatori che dei costruttori. Appena pressati, quasi tutti i nostri centrocampisti vanno in difficoltà rendendosi protagonisti di aperture sbagliate: talvolta per l’incapacità di calibrare un buon lancio, talvolta perché troppo in ritardo per servire compagni già cascati nella trappola dell’off-side. Di tutto questo risente la difesa, talvolta chiamata ad impostare, anche se con scarsi esiti. Darmian è uno dei pochi che continuano a convincere: è sua la giocata d’attacco più bella della partita, ovvero un tiro perfetto per potenza e coordinazione che Navas ha respinto prodigiosamente. Abate, invece, non ha ancora trovato la giusta sinergia con i compagni. E’ un terzino braccato, sempre in affanno, che non riesce ad inserirsi senza palla, la sua azione prediletta, soffrendo inevitabilmente gli attacchi avversari. Idem per i due centrali: se l’attento Barzagli fornisce maggiori garanzie, ci sono più luci che ombre per Chiellini. Già deludente da terzino, lo stopper livornese ha mescolato amnesie difensive ad evidenti limiti di impostazione: la casella del difensore centrale da affiancare a Barzagli è ancora un rebus. Si tratta di un nodo molto complicato da sciogliere, come tanti altri in mezzo al campo a partire dallo stesso Buffon, poco brillante in alcune circostanze. I problemi sono tanti e le certezze poche, ma una di queste è che con l’Uruguay di Suarez e Cavani basterà un pareggio per passare. Cosa tutt’altro che agevole, ma inevitabile per raggiungere quegli ottavi, poche ore fa così vicini, che adesso sembrano allontanarsi: servono solidità difensiva e fiducia. Tanta fiducia. Adesso con la testa solo all’Uruguay, il primo vero banco di prova di questo Mondiale (speriamo non sia già l’ultimo). Per eventuali critiche e processi ci sarà tempo. (Angelo Mingolla)


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Brasil 2014: Italia-Costa Rica vale il passaggio del turno
Piegata l’Inghilterra, ora tocca alla rivelazione del nostro girone: in palio ci sono gli ottavi di finale

ROMA (Italy) - Doveva essere la squadra-cuscinetto del girone, quella con cui accaparrarsi tre punti comodi per poi costruire il passaggio del turno nelle altre partite, molto più impegnative.Ma non è andata così. In un Mondiale, come è noto, le sorprese sono all’ordine del giorno, e la Costa Rica ne ha fornito una inconfutabile dimostrazione.

Anche se, in questo caso, più che di sorpresa si deve parlare di favola. Una favola che si è aperta con un’affermazione perentoria sul temibile Uruguay, orfano di Suarez ma non certo privo di talento, soprattutto nel reparto offensivo. Una favola che può diventare meravigliosa nel caso di un’altra vittoria, che significherebbe accesso agli ottavi. Sarebbe una di quelle storie da raccontare ai bambini prima di mandarli a dormire. Ma al di là dei risultati nelle prossime partite, positivi o negativi, il lieto fine c’è già.


Altre esperienze - Ai piccoli ticos avranno sicuramente parlato di Italia ’90, il primo Mondiale disputato dalla Costa Rica. E che Mondiale. All’epoca, molti degli attuali protagonisti di questa spedizione carioca erano poco più che bambini. Qualcuno, addirittura, non era ancora nato, come Joel Campbell, la stella di questa squadra. Le notti di quel Mondiale furono magiche anche per i centramericani che, secondi solo al Brasile, ipotecarono gli ottavi sbarazzandosi di Svezia e Scozia. Quegli ottavi meritatamente conquistati non ebbero il migliore degli esiti, dato che la Costa Rica venne eliminata con un sonoro 4-1 rifilatole dalla Cecoslovacchia, ma la spedizione di Milutinovic resta la migliore della loro storia. Nel 2002, infatti, la Costa Rica non ha superato il girone eliminatorio, ma solo per la differenza reti. Piegata la Cina e recuperata la Turchia, il 5-2 incassato col Brasile è costato carissimo. Il bilancio è andato sempre peggiorando nelle edizioni a venire: nel 2006 la Costa Rica, capitata proprio nel girone della Germania, è tornata a casa con tre sconfitte. Nel 2010, perso l’equilibratissimo spareggio con l’Uruguay, in Sudafrica non ci è neanche arrivata.

La svolta - E proprio dall’Uruguay è ripartita la Costa Rica. Ci ha impiegato quasi cinque anni, ma la vendetta, servita su un piatto freddissimo, è arrivata. Al rigore di Cavani, che sembrava aver spianato la strada, i ticos hanno risposto alla grande. Con una manovra solida, con un gioco efficace, e soprattutto con un Joel Campbell in più. Quest’attaccante ancora ventunenne, reduce da una buona avventura all’Olympiakos, ha infiammato le ambizioni dei suoi a suon di giocate rapide ed imprevedibili. L’Arsenal, che ne detiene il cartellino, sta già facendo i salti di gioia. In quel secondo tempo contro la Celeste, che ha permesso ai centramericani di ribaltare il risultato, c’è tutta la Costa Rica: la forza di Campbell, capace di risollevare la partita da solo, l’astuzia sui calci da fermo, che ha permesso a Duarte di trovare il gol del vantaggio infilando la distratta difesa uruguagia, e la compattezza difensiva. Congelato il 2-1, Urena ha calato addirittura il tris: una pena amara per gli uomini di Tabarez, ma non eccessiva.

Avanti tutta
- Adesso tocca a noi. In un Mondiale sottovalutare un avversario è un lusso che nessuno può concedersi, figuriamoci se si tratta di questa Costa Rica. Il bel successo di sabato notte merita di essere replicato, anche perchè in caso di pari tra Inghilterra ed Uruguay avremmo già in tasca il pass per la fase successiva. E con grandi probabilità di arrivarci da primi nel nostro raggruppamento. Vincere il girone sarebbe fondamentale per evitare la Colombia, sulla carta favorita nel gruppo C, che ha già macinato la Grecia. Fare previsioni dopo una sola giornata è difficile, anche perché le sorprese, come già visto e rivisto, possono manifestarsi da un momento all’altro. In ogni caso, abbiamo buoni motivi per dire che la prossima sarà la partita più importante del girone, dato che fornirà indicazioni chiare sul nostro immediato futuro.

Tattiche
- Quindi occhio ai calci piazzati, le situazioni d’attacco preferite dagli uomini di Pinto, e soprattutto occhio a Campbell, che ha ancora tanti colpi in canna. Concedergli il sinistro è l’ultima delle cose da fare, e per marcarlo servirà qualcosa in più rispetto al pachidermico Paletta. Se l’eventuale recupero di Buffon non è il problema numero uno, dato che Sirigu sta convincendo a suon di parate, quello di De Sciglio pare invece cruciale: confermatissimo Darmian sull’altra fascia, solo in questo modo Chiellini potrebbe essere schierato da centrale insieme a Barzagli, formando quella coppia inossidabile che ha regalato tante soddisfazioni alla Juve di Conte. La corsa di Candreva ci sarà ancora d’aiuto, ma per scardinare la compattezza dei centramericani serviranno anche i lampi di Pirlo e, magari, di un Cassano voglioso di entrare in campo per fare la differenza. E poi Balotelli: ritrovata la giusta forma mentis, SuperMario è pronto a stupirci ancora. E’ la sua grande occasione, stavolta non può davvero sbagliare.
(Angelo Mingolla)


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Mondiali: Spagna, è la fine di un ciclo?
Al sonoro 5-1 incassato con l’Olanda fa seguito un’altra sconfitta col Cile: la Roja è già fuori
Tramonta l’era del tiki-taka

ROMA (Italy) - I sintomi erano da tempo chiari, ma nessuno avrebbe mai pronosticato una debacle di queste dimensioni. I campioni in carica sono già fuori dopo appena due partite giocate, e quello delle Furie Rosse sembra un crollo destinato a lasciare un’eco molto profonda alle proprie spalle.

Questa squadra, praticamente invincibile per sei anni, ha inanellato consecutivamente gli ultimi due Europei e, nel mezzo, anche l’edizione sudafricana del Mondiale. Una lunga scia di risultati irripetibili, per nulla influenzata dal passaggio di testimone da Aragones, che ha costruito questa macchina vincente, a Del Bosque, che quella macchina l’ha consacrata correggendone addirittura, laddove possibile, le rarissime pecche. Ma Del Bosque, archiviati i numerosi trionfi, non ha voluto manipolare quelle alchimie magiche e collaudate che iniziavano a diventare prevedibili.


I risultati sono andati via via peggiorando: la Spagna non era più da un pezzo all’altezza di quella squadra padrona in ogni competizione di qualche anno fa. E la resa finale è stata vertiginosa, tragicamente improvvisa come l’ascesa, cominciata tutto d’un tratto ad Euro2008. Questa Spagna non conosce proprio mezze misure. 7 gol subiti ed uno solo segnato, peraltro per via di un discutibile rigore, la Roja tra pochi giorni sarà già in vacanza. Il suo Mondiale finirà con la partita conclusiva del girone contro l’Australia che, a questo punto, vale il solo terzo posto. Una magrissima consolazione. Questo ceffone arriva tra l’altro dopo la brutta sconfitta incassata in finale di Confederations Cup, l’ultimo torneo disputato prima del Mondiale: un secco 3-0 incassato dal Brasile poco meno di un anno fa. Perché la Spagna è arrivata al capolinea? E perché così rapidamente?

Mutazioni - L’era della Spagna di Del Bosque è stata l’era del tiki-taka, quella del palleggio continuo, a tratti irritante. Continui scambi orizzontali con verticalizzazioni improvvise per premiare gli inserimenti dei centrocampisti mandandoli in porta. Sì, dei centrocampisti, perché il tiki-taka prevede il falso nueve, ovvero un centravanti ibrido, non una prima punta vera e propria. Fabregas, che è una mezzala, ha ben figurato anche in questo ruolo, talvolta appoggiato da ali che non erano altro che interni di centrocampo come lui (vedi Iniesta). La scelta di questo Mondiale, decisamente innovativa, è stata quella di inserire nella casella attaccante un centravanti vero e proprio, il cui identikit sembrava ben adattarsi al gioco delle Furie Rosse. Si tratta di Diego Costa, che ha scelto la Spagna per vincere la Coppa convinto che Scolari non lo avrebbe chiamato. Commentandola oggi, quella dell’ispano-brasiliano sembra davvero una scelta sbagliata per tutti. Dopo appena due partite giocate, tra l’altro incolori, Diego Costa è già fuori, mentre Scolari deve accontentarsi di Fred e Jo che, per quanto visto sino ad ora, non sono all’altezza di una cornice come questa. Diego Costa, un centravanti freddo, forte fisicamente, ma che deve sempre essere cercato, ha alterato la natura di questa Spagna. I suoi compagni, abituati ad una punta dinamica capace di abbassarsi molto per scambiare in velocità, non hanno trovato il feeling giusto con un attaccante che preferisce le azioni in mischia al fraseggio stretto. Il tiki-taka è fallito, il gioco è diventato lento e prevedibile, e i lanci per Diego Costa non hanno fatto altro che agevolare i compiti delle retroguardie avversarie: perché la Spagna non è abituata a giocare in questo modo. O meglio, non sa proprio giocare così.

Ossigeno - Per rispondere alla seconda domanda, ovvero perché il declino spagnolo si sia materializzato così rapidamente, è sufficiente un dato statistico: tutti e 23 i convocati di Del Bosque quest’anno hanno giocato la Champions League, e buona parte di loro ha raggiunto le fasi finali. Il Mondiale è arrivato al termine di un’annata ricca di soddisfazioni per alcuni, deludente per altri, dispendiosa per tutti. E può essere proprio questa la causa della scarsa lucidità manifestata in diversi momenti della partita dagli iberici: gli errori tecnici di Casillas e le disattenzioni difensive pacchiane, l’incapacità di recuperare palloni giocabili e soprattutto le inconsuete difficoltà nella fase di costruzione, problemi incompatibili con la Spagna degli anni passati. Può essere quindi soltanto la precaria condizione fisica alla base di questa disfatta? Pur recitando una cospicua parte nella tragedia greca vissuta da Ramos e compagni, sicuramente no. Essere in debito d’ossigeno non è mai un segnale confortante, ma se la giusta tenuta potrà essere recuperata tra qualche mese, ciò su cui va posta l’attenzione è la necessità di rinnovare questa squadra. La Spagna che attingeva quasi esclusivamente da Real Madrid e Barcellona non c’è più, o meglio c’è ma non concede grandi soddisfazioni. Bisogna cercare fonti nuove, cambiare disposizione, trovare delle varianti ad un gioco ormai prevedibile. Le rifondazioni sono lunghe e dispendiose, talvolta possono aver bisogno di anni e costare lunghe catene di insuccessi. Ma questa Spagna ora ne ha proprio bisogno. (Angelo Mingolla)


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Mondiali: Italia, è scacco alla Regina
Marchisio e Balotelli gelano l’arrembante Inghilterra: vanificato il pari-lampo di Sturridge
Ora la Costa Rica per ipotecare gli ottavi di finale

ROMA (Italy) - E alla fine è andata come tutti speravamo. La rivincita di Euro2012 è nostra, e l’impressione che traspare sembra molto chiara: non è stato un quarto di finale, quanto semplicemente l’esordio nel torneo, eppure questo successo è decisamente pesante, dato che pare assumere i contorni di un vero e proprio trampolino di lancio verso il passaggio del turno.

L’affascinante ed ingenua Inghilterra si è piegata al cospetto di un’Italia pragmatica, solida, per certi versi catenacciara. Ma è stata un’Italia vincente, brava a serrare i ranghi nei momenti di difficoltà e giocare le proprie carte quando le occasioni le si sono presentate. Ci sono ancora diverse cose da rivedere, soprattutto l’impostazione difensiva, dato che Paletta ha convinto poco a discapito delle prime apparizioni. Un altro aspetto da correggere sono le mansioni del terzino sinistro, ruolo che oggi Chiellini ha interpretato con grandi difficoltà: si tratta di situazioni da evidenziare, da cerchiare in rosso.


Problemi, dettagli più o meno determinanti, ma non questioni insolubili, soprattutto in quest’ondata di energia positiva prodotta da un risultato fondamentale.

Sfuriate - Di esperimenti Prandelli ne ha fatti parecchi, soprattutto nelle amichevoli di avvicinamento a questo Mondiale, fatto sta che proprio all’esordio iniziano a sovrapporsi parecchie scelte singolari, dettate da ragioni tattiche per alcuni, fisiche per altri. L’Italia si presenta a Manaus con un homo novus nel pacchetto difensivo quasi interamente juventino: si tratta di Gabriel Paletta, convincente con Spagna ed Irlanda e pronto, almeno sulla carta, per una cornice di questo tipo. Il difensore oriundo tradisce le aspettative, dato che si trova a patire irrimediabilmente la presenza di Sterling nel territorio di competenza. Roy Hodgson, infatti, si presenta con quattro uomini d’attacco da 57 gol complessivi nell’ultima edizione della Premier, e riesce nel suo obiettivo. Chiellini, che torna in campo da laterale mancino dopo oltre un anno, soffre i cambi di ritmo dei suoi avversari, pagando dazio le accelerate del sopracitato Sterling che, dopo appena quattro giri di lancette, lambisce il palo dalla grande distanza mettendo in chiaro le proprie potenzialità. Sirigu, impaurito, respinge la staffilata di Henderson e battezza a lato la conclusione di Welbeck, nata da un pasticcio difensivo ancora di Paletta. Bisogna cambiare passo.

Botta e risposta - Balotelli prova subito a cambiare rotta a modo suo, vale a dire con una fulminea conclusione da lontano, ma non ci riesce. E allora siamo ancora costretti a patire il gioco di fascia degli inglesi, che sfiorano il vantaggio con Welbeck: l’attaccante del Manchester United fa il vuoto sulla propria corsia destra e, dopo aver lasciato sul posto Paletta, serve un pallone invitante nel cuore dell’area di rigore che il solo Barzagli riesce coraggiosamente ad allontanare. L’Italia soffre e rischia, ma se sul settore di Chiellini le difficoltà sono notevoli, dall’altra parte lo spigliato Darmian se la cava molto meglio. E proprio sugli sviluppi di un corner derivato da una galoppata del laterale torinista si materializza il vantaggio: il geniale velo di Pirlo permette a Marchisio di calciare verso la porta ed il Principino, che non andava a segno in Nazionale da poco più di un anno, inquadra l’angolo che Hart non può raggiungere. E’ il suo gol numero quattro in Nazionale, senza dubbio il più pesante. La partita sembra ormai ben indirizzata quando al 37’, neanche 120 secondi dopo l’1-0, alla botta di Marchisio segue la dura risposta inglese: Sterling imbecca Rooney che, complice una transizione difensiva errata, serve dal fondo un pallone che Sturridge può solo depositare in fondo al sacco.

Colpo di coda
- Il prevedibile contraccolpo non si manifesta, tanto che è l’Italia a costruire le due grandi palle-gol del finale di tempo. Prima con Balotelli, che elude l’uscita sciagurata di Hart con un pallonetto salvato sulla linea di porta da Jagielka, quindi con Candreva, che centra il palo pieno di destro. E proprio Candreva, spaesato nel primo tempo, cambia marcia nella ripresa: il coronamento della sua metamorfosi è l’assist perfetto servito a Balotelli, che al 62’ schiaccia in rete il cross mancino dell’ala laziale. Prandelli ed Hodgson cominciano a sfidarsi tatticamente: il c.t. azzurro cala nella mischia mediani di stazza (Thiago Motta e Parolo) per proteggere il vantaggio, e richiama il decisivo Balotelli, destinato alla staffetta con Immobile. Barkley, entrato al posto di Welbeck, costringe Sirigu agli straordinari, quindi Rooney, solo in area di rigore, spiazza il portiere del Psg ma calcia a lato. Il tempo non manca, ma gli inglesi non lo sfruttano. E così l’Italia, anche con qualche patema d’animo, difende il risultato con le unghie e con i denti sfiorando anche il tris con Pirlo, la cui maledetta si stampa sulla traversa. Potrà conservarsela per Costa Rica oppure Uruguay una punizione del genere, con una palla che cambia bruscamente direzione dopo aver superato la barriera per sorprendere il portiere. Per congelare gli ottavi, magari da vincenti del girone, serviranno anche giocate del genere.
(Angelo Mingolla)


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Italia-Inghilterra: che partita sarà?
Passato, tradizione, numeri: il Mondiale azzurro si apre con l’edizione numero 25 di un confronto storico

ROMA (Italy) - Più di qualcuno sostiene che la Regina non abbia ancora digerito il cucchiaino di Pirlo, fatto sta che l’Inghilterra avrà subito modo di rifarsi della disfatta di Euro 2012. Sì, perché si deve parlare esattamente di disfatta per descrivere con una sola parola l’indimenticabile – ed indimenticato – quarto di finale di Kiev.

A poco meno di due anni di distanza si tornerà in campo per rivivere le emozioni di uno dei confronti più sentiti della storia del calcio. Da una parte chi ha inventato il calcio, dall’altra chi il calcio lo ha interpretato a modo suo trionfando molto di più. Il bilancio parla chiaro: quattro Mondiali ad uno per noi. Gli allenatori, anche se punzecchiati dagli addetti ai lavori per motivi diversi, non sono cambiati. Insieme a loro ci saranno protagonisti vecchi e nuovi, che offriranno spettacolo in un confronto dominato dal perenne scontro individuale fra gli interpreti di maggiore personalità: su tutti Wayne Rooney da un lato, Mario Balotelli dall’altro.


Storie diverse, storie strane, storie quasi sbagliate prendendo in prestito il titolo di una celebre canzone di Fabrizio De Andrè. Storie lontane, che si uniscono in alcuni passaggi salienti comuni ad entrambi: la città di Manchester, anche se vissuta da sponde opposte, le tante potenzialità inespresse, la stessa media realizzativa con la maglia della Nazionale (circa 0,4 gol a partita). Italia-Inghilterra è un po’ anche questo: destini lontani, in costante equilibrio, che qualche volta si incrociano. Quando ciò accade, qualcosa succede. Ed è sempre qualcosa di emozionante.

Emozioni passate - E’ dalla vittoria azzurra ai rigori ad Euro 2012 che si deve ripartire. Non si può e non si deve tirare in ballo il successo poi ottenuto meno di due mesi dopo, in amichevole, da un’Inghilterra che si è trovata ad affrontare una sorta di ‘’giovane Italia’’. Un’Italia bella, sperimentale, che in quel di Berna pagò soltanto l’inesperienza. L’Italia di sabato sera sarà molto più simile a quella che si impose con merito quando il risultato contava davvero: i pali di De Rossi e di Diamanti, il gol annullato a Nocerino, 120 minuti vissuti con grinta e coraggio prima dell’apoteosi finale maturata a partire da quello scavetto di Pirlo. E proprio quel cucchiaio è stata l’iniezione di fiducia giusta per scrollarsi di dosso i timori legati all’iniziale penalty fallito da Montolivo. Eravamo i più forti: lo abbiamo capito, ce ne siamo dimenticati, quindi abbiamo afferrato il concetto di nuovo e alla fine li abbiamo sconfitti. E adesso?

Identikit - Adesso ci troveremo di fronte un’Inghilterra ferita da quella (meritata) sconfitta, vogliosa di riscatto ma apparsa in affanno nelle ultime uscite: solo due pareggi con Ecuador ed Honduras, un bottino piuttosto magro. Come il nostro, dato che ci presentiamo a Manaus con gli stessi risultati, ottenuti però contro Irlanda e Lussemburgo che, a differenza degli avversari degli inglesi, in Brasile ci andranno al massimo in vacanza. Le scelte di Hodgson continuano a convincere poco: la sua Nazionale pare un gigante con i piedi d’argilla. L’attacco non manca certo di soluzioni: l’estro di Rooney e la potenza di Lambert, il dinamismo di Sturridge e l’agilità di Welbeck, ma ci sono alcune evidenti lacune difficili da colmare in un intervallo di tempo così ridotto. Prima di tutto la scarsa affidabilità di un pacchetto difensivo troppo lento, a tratti quasi impacciato, quindi l’assenza di grandi soluzioni contro avversari ben schierati in campo. Contro l’Honduras, che aveva sempre subito reti nelle ultime sedici occasioni, l’Inghilterra non ha sfondato. Non ci è riuscita per problemi di campo, legati all’inconsistenza di una manovra avvolgente, ma soprattutto per un altro forte limite: la mancanza di personalità che contraddistingue la gran parte dei suoi calciatori, soprattutto quelli più giovani.

Strategie - Arrivati a questo punto, cosa ci tocca fare? Sicuramente puntare sulle loro pecche in modo tale da evitare che loro possano fare lo stesso con le nostre. Del resto, prevenire è sempre meglio che curare. In quest’ottica la rapidità dei nostri esterni, su tutti Cerci, Candreva ed Insigne, può creare diversi grattacapi alla retroguardia avversaria, che si lascia cogliere d’infilata con rassicurante facilità. Occorre inoltre ostruire la manovra dei loro costruttori di gioco: solo così possiamo evitare le sfuriate di Rooney e colleghi, limitandone cioè le fonti. Il centrocampo inglese è un mix solo apparentemente ben amalgamato di gioventù ed esperienza, di polmoni e saggezza. Gerrard e Lampard sono dotati di incredibile carisma, ma non hanno più la fluidità di un tempo. E’ probabile una staffetta con Wilshere, Henderson o Lallana, sicuramente più efficaci a livello atletico (ma non tattico), anche se meno predisposti al sacrificio e privi del carattere di quei due vecchietti. 216 presenze insieme, 111 per Gerrard e 105 per Lampard, con ben 21 gol all’attivo per il primo e 29 per il secondo. Ma questi dati statistici lasciamoli negli spogliatoi dell’Arena Amazonia di Manaus: se è vero che chi ben comincia è a metà dell’opera, diamoci da fare. Affrontiamoli a viso aperto, magari ripetendo la prova di due anni fa. (
Angelo Mingolla)


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Mondiali di Calcio Brasile 2014. Italia, il Mondiale si avvicina ma i problemi non se ne vanno
L’1-1 col Lussemburgo è il più chiaro dei campanelli d’allarme:
occorre cambiare rotta tempestivamente per evitare di ripetere la disfatta sudafricana

ROMA (Italy) - A meno di dieci giorni dall’inizio i presagi non sono certo positivi, ma come ben si sa la magia dei Mondiali consiste esattamente nella capacità di trasformare pecche e limiti, speranze ed ambizioni, che possono cambiare radicalmente nell’arco di poche settimane. Speriamo davvero che stavolta possa essere così per l’Italia, reduce da due test che ne hanno messo in risalto le numerose velleità. Presentarsi al Mondiale con una striscia più che inquietante di sette partite senza vittorie non è certo il migliore dei biglietti da visita. Peggio ancora se si considera il fatto che gli ultimi due pareggi sono arrivati contro la modesta Irlanda ed il misero Lussemburgo, addirittura fuori dalla top 100 nel ranking Fifa, che pochi giorni prima aveva incassato un sonoro 5-1 dal Belgio, possibile outsider del torneo. Cosa non sta funzionando? Da chi bisogna ripartire? Quale può essere il posto dell’Italia nell’imminente Mondiale carioca?


Anarchia – Il primo grande interrogativo sono le scelte di Prandelli: il c.t. è paradossalmente parso molto convinto nella sua incertezza. Non è ancora chiaro il sistema di gioco da adottare, ci sono state cospicue sorprese con annesse delusioni dopo le convocazioni, e la cosa più grave è che la squadra testimonia la scarsa fiducia infusa dal tecnico presentandosi in campo slegata, sfilacciata, disordinata. Insomma, una squadra anarchica. Le trame più interessanti sono sempre intessute dal solito Pirlo, ma gli altri uomini, forse perché schierati fuori dai loro ruoli abituali, non riescono a mettere in mostra quelle qualità che, almeno in alcuni casi, abbiamo avuto modo di ammirare in Campionato. La rapidità di Candreva deve essere valorizzata permettendogli di giocare più largo sulla corsia di competenza, ed anche Cerci può essere un’arma interessante, almeno a partita in corso. L’esclusione di Rossi, che ha stupito tutti, può essere un segnale nel caso in cui Prandelli voglia improntare la sua squadra diversamente dal solito, ovvero privilegiando gli esterni (in questo caso Insigne, preferito proprio all’attaccante viola) che in un 4-3-3 oppure in un 4-2-3-1 possono creare scompiglio col gioco di fascia. Numeri a parte, l’infortunio di Montolivo ha lasciato strascichi: Prandelli ha perso uno dei suoi uomini di maggiore fiducia, ma l’assenza del centrocampista di Caravaggio non è e non deve diventare un alibi. A questo proposito, convince poco la scelta di schierare Verratti da mezz’ala, dato che il regista lanciato da Zeman è abituato al fraseggio stretto, non agli inserimenti senza palla, ed è quindi più propenso ad essere la riserva naturale di Pirlo rispetto ad uno scudiero in grado di affiancarlo e coprirgli le spalle.

Punti di riferimento – In una situazione così intricata, che vede questa Italia incartarsi a più riprese con se stessa scontrandosi contro i propri limiti e gli sbagli seminati strada facendo, è necessario trovare qualche ancora di salvataggio. Quel qualcuno in grado di costituire un punto d’appoggio permanente può essere senza dubbio Pirlo, che riceve palloni difficili da chi è in difficoltà trasformandoli in inviti a nozze per i compagni che riesce a servire con sventagliate sontuose ed efficaci. Ma è necessario che, oltre al Mozart del mondo pallonaro, ci sia anche almeno un altro uomo in grado di prendersi l’onere e l’onore di guidare l’Italia nel bene e nel male nella Coppa del Mondo ormai alle porte. Questo giocatore può essere Mario Balotelli, l’unico dotato di quella giusta alchimia tra genio e follia che può renderlo capace di vincere le partite da solo, ma anche di non azzeccare una sola giocata per 90 minuti. Prandelli ha confessato di non averlo mai visto così in forma e così motivato, per di più alla vigilia di un appuntamento cruciale per un giocatore come lui. E’ arrivato il più atteso dei banchi di prova, è l’ora di dimostrare all’intero pianeta quanto valga questo calciatore: è un fuoriclasse oppure uno dei tanti? Sperando che sia la prima opzione, godiamoci l’attesa: comunque vada, il Mondiale è sempre un evento fantastico.
ambiare.
(Angelo Mingolla)


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