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Giornata Mondiale Aids, numeri da record in Europa: oltre 142 mila diagnosi di Hiv nel solo 2014
L'Italia con le recenti scoperte dei suoi ricercatori offre uno spiraglio luce alle migliaia di infetti
Parola d'ordine: prevenzione per frenare e poi eliminare la diffusione del virus

ROMA (Italy) - Con oltre 142.000 nuovi diagnosi di Hiv nel 2014, l'Europa ha registrato il più alto numero di nuove infezioni in un anno, dall'inizio dell'epidemia negli anni '80. I dati recenti - diffusi in vista della Giornata mondiale Aids dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) e dall'Ufficio regionale Oms per l'Europa - sono allarmanti e indicano che la crescita dell'epidemia è guidata dalla parte orientale del Vecchio continente, dove il numero di nuove diagnosi è più che raddoppiato negli ultimi 10 anni.

La trasmissione eterosessuale è responsabile dell'aumento in Europa orientale, e quella attraverso le siringhe fra i tossicodipendenti rimane sostanziale. "Nonostante tutti gli sforzi per combattere l'Hiv, in un anno la Regione europea ha totalizzato più di 142.000 nuove infezioni, il numero più alto che mai. Questo è un problema serio", dice Zsuzsanna Jakab, direttore regionale Oms Europa.


"Dal 2004 i tassi di nuove diagnosi sono più che raddoppiati in alcuni Paesi, mentre si sono ridotti anche del 25% in altri. L'epidemia in generale però persiste, sostanzialmente invariata", sottolinea Andrea Ammon, acting director Ecdc. "Questo significa che la risposta nell'Unione europea non è stata abbastanza efficace". L'esclusione sociale, sottolineano gli esperti, pone rifugiati e migranti più a rischio infezione. "I rifugiati e i migranti rimangono una priorità per la prevenzione e la cura dell'Hiv. Conflitti e disastri non dovrebbero pregiudicare l'accesso ai servizi per le persone che vivono con l'Hiv. Se rifugiati e migranti sono vittime di esclusione sociale nei Paesi di arrivo, sono più a rischio di infezione e questo può portarli a comportamenti a rischio", avverte Jakab. "L'Oms - conclude - sollecita tutti i Paesi europei a offrire misure di prevenzione e servizi di diagnosi e trattamento a tutti i rifugiati e u migranti, a prescindere dal loro status giuridico. Questo è anche il modo più sicuro per proteggere la popolazione residente dall'Hiv".

"L'Hiv non fa più molta paura, ma questa percezione si scontra con i numeri: in Italia si stima siano 130-150mila le persone infettate, con 4mila nuove diagnosi l'anno. E se sono 94mila i pazienti in terapia, possiamo dire che una persona su tre con Hiv non sa di essere contagiata". A fare il punto è Carlo Federico Perno, docente di Virologia dell'Università di Roma Tor Vergata, a margine della Conferenza sull'Aids in corso a Barcellona. Il virus, insomma, nel Belpaese non è ancora sconfitto. "Anche se, grazie ai farmaci, ormai lo controlliamo molto bene. Il problema è che ancora oggi la diagnosi arriva in media dopo 5-7 anni: questo vuol dire che adesso scopriamo infezioni che risalgono in molti casi al 2008. Invece è fondamentale trattare i pazienti il prima possibile". Il ritardo è dovuto al fatto che non c'è la percezione del pericolo e le persone non fanno il test. "Non si fa neanche prevenzione, perché ormai l'idea è che l'Hiv da malattia mortale sia diventata malattia cronica, così '’è meno pausa. Ma anche le malattie croniche uccidono", sottolinea il virologo, lamentando una "drammatica perdita di attenzione nei confronti dell'Aids".

La buona notizia è che "la terapia funziona: in più del 90% dei pazienti trattati in Italia la carica virale non è più rilevabile, ma ancora non eradichiamo il virus dall'organismo. Ecco perché occorrono farmaci che siano sempre efficaci, ma non tossici. "L'età media alla diagnosi in Italia è di 35-36 anni, e si tratta di persone che resteranno in cura per tutta la vita. L'Hiv e i medicinali per combattere il virus - dice Perno - a distanza di tempo aumentano poi i rischi di problemi alle ossa, al fegato, al cuore, al cervello, ma anche di ammalarsi di tumore e di diabete". Ecco perché "dalla ricerca ci aspettiamo terapie sempre meno tossiche, che ora stanno arrivando. Ma non mi stancherò mai di ricordare - conclude - quanto è importante la prevenzione".


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AIDS, le scoperte di due scienziati italiani danno speranza a milioni di pazienti in tutto il mondo
“SerinC5”, individuata la proteina che il virus dell’HIV attacca per insinuarsi nelle cellule

ROMA (Italy) - Scoperta a Trento la proteina presente nelle membrane cellulari, che il virus dell’HIV distrugge per potersi inserire in nuove cellule ospiti e propagare l’infezione virale. È la proteina “SerinC5”, individuata da due biologi Italiani Federico Santoni e Massimo Pizzato. Adesso si potrebbe iniziare ad ipotizzare la creazione di un farmaco curativo e risolutivo della malattia, che dagli anni Ottanta ad oggi ha colpito quasi Ottantamila vittime.

La scoperta rivoluzionerà i nuovi studi sulla Sindrome da Immunodeficienza Acquisita, riguardo alla quale intere generazioni di ricercatori, da quasi mezzo secolo lavorano. Ma è una scoperta tutta italiana quella che potrebbe modificare l’aspetto di molte cure future sulla malattia dell’AIDS. Sono stati i due ricercatori italiani Federico Santoni e Massimo Pizzato gli autori degli studi, che dividendosi tra le università di Trento e Ginevra, dal 2010 ad oggi, hanno aperto nuove prospettive di ricerca.


Dalla metà del Ventesimo secolo ad oggi, ricerche e scoperte sulla AIDS. Ma ecco una scoperta italiana che potrebbe ampliare le conoscenze su uno dei più temuti retrovirus: l’HIV. I biologi hanno suddiviso tutte le specie viventi in tre diversi domini: archei, batteri, eucarioti. Gli archei e batteri sono esseri monocellulari, formati da cellule procariotiche, cellule semplici capaci di riunirsi in colonie e di sopravvivere a qualsiasi condizione climatica. Nel dominio degli eucarioti si includono quattro diversi regni: piante, animali, funghi e protisti. Gli esseri viventi appartenenti a questo dominio sono organismi sia monocellulari che pluricellulari costituiti da cellule eucariothiche. In natura però esistono organismi ancora non classificati: i virus. Essi infatti pur essendo privi di struttura cellulare (caratteristica questa imprescindibile negli esseri viventi), sono capaci però di riprodursi (peculiarità questa analoga agli esseri viventi) solo in una cellula da loro infettata. I virus sono provvisti di un involucro proteico contenente un acido nucleico: il DNA o l’RNA. Gli RNA virus detti anche retrovirus sono la tipologia più aggressiva e resistente. Uno dei retrovirus più conosciuti è l’HIV responsabile della sindrome di immunodeficienza acquisita, nota come AIDS. Non esistono cure contro le infezioni virali proprio a causa della loro complessità, e neppure contro il virus di HIV che dal 1980 ad oggi ha colpito quasi 80 milioni di persone tra adulti e bambini morti non per la comparsa del virus, bensì per la distruzione delle cellule immunitarie, causata dall’HIV, rendendo così l’organismo stesso vulnerabile a qualsiasi attacco esterno, e particolarmente predisposto a sviluppare tumori dai quali non può guarire. Uno dei modi per difendersi dalla malattia sono le precauzioni per impedire di contrarla, ma una volta infetti, è possibile aumentare la speranza di vita grazie a farmaci antiretrovirali, specie nelle persone sieropositive (coloro che convivono con il virus, ma non hanno contratto la malattia). È stata però recentemente scoperta da due biologi italiani, la proteina che il virus abbatte per potersi insinuare nelle cellule. La scoperta rivoluzionerà i nuovi studi sulla Sindrome da Immunodeficienza Acquisita, riguardo alla quale intere generazioni di ricercatori, da quasi mezzo secolo lavorano.

Ma è una scoperta tutta italiana quella che potrebbe modificare l’aspetto di molte cure future sulla malattia dell’AIDS. Sono stati i due ricercatori italiani Federico Santoni e Massimo Pizzato gli autori degli studi, che dividendosi tra le università di Trento e Ginevra, dal 2010 ad oggi, hanno aperto nuove prospettive di ricerca. Infatti il virus dell’HIV, per poter causare l’infezione, utilizza la proteina “Nef” che abbatte un’altra proteina “SerinC5” la quale dovrebbe garantire la protezione della cellula. Grazie al riconoscimento delle due proteine attraverso uno studio di biologia computazionale, sarà possibile individuare la sostanza che interponendosi tra le due impedirà alla prima di eliminare la seconda, e quindi di propagare il virus nell’organismo.

Era il 5 giugno 1981, infatti, quando, negli Stati Uniti d’America, l’AIDS venne ufficialmente riconosciuta come infezione virale, manifestatasi già in alcuni pazienti Statunitensi e Africani. Inizialmente la diffusione del virus (iniziata già nella prima metà del Ventesimo secolo), essendo comune in tutti coloro che facevano uso di sostanze stupefacenti e avevano rapporti sessuali non sicuri, venne immediatamente associata alle trasgressioni e alle sregolatezze. Tuttavia intorno agli anni Ottanta si comprese che la trasmissione del virus dell’Hiv, era causata anche: dall’avvenuto contatto con sangue infetto, dal parto, e dall’allattamento ad una donna malata, e circa dieci anni dopo vennero introdotti i primi farmaci antiretrovirali, che pur non garantendo la guarigione, tentavano di bloccare la riproduzione del virus. Il primo caso pubblicamente conclamato fu quello dell’attore statunitense Rock Hudson (1985) e due anni dopo quello del tennista Arthur Ashe che morì a causa della trasmissione di sangue infetto durante una trasfusione. Ma le origini di questa malattia vennero in seguito rintracciate nel Cameroun, e in particolare i primi campioni di sangue infetto appartenevano ad una specie di scimmie. Il contatto con esse (caccia, scuoiamento) avrebbe permesso la diffusine del virus. Il primo caso di infezione al mondo, fu quello infatti avvenuto in Africa Occidentale nel 1959. (Anita Ricco)


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