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Mobbing, consigli per agire in tempo contro i crimini del datore di lavoro e colleghi
La Cassazione ha sentenziato come e cosa provare per condannare i colpevoli. Il mobbing in maternità

ROMA (Italy) - Una recente sentenza della Cassazione (n. 2142/17) ha stabilito i cinque fattori principali che devono sussistere affinché si possa parlare di mobbing. Il lavoratore che vuole agire contro l'azienda deve provare la volontà persecutoria e il piano vessatorio messo in atto dal datore di lavoro o dai colleghi. Dal punto di vista difensivo - spiega ancora il sito di consulenza legale - il dipendente può ricorrere a diverse strategie: dimettersi per giusta causa e ottenere l'assegno di disoccupazione, rifiutarsi di lavorare oppure presentare un ricorso urgente in tribunale (cosiddetto articolo 700 del codice di procedura civile) chiedendo il risarcimento del danno.


Il lavoratore può denunciare il datore di lavoro, il capo, o i colleghi per mobbing se ha subito una serie ripetuta di condotte illecite che hanno leso la sua dignità. Una recente sentenza della Cassazione (n. 2142/17) ha stabilito i cinque fattori principali che devono sussistere affinché si possa parlare di mobbing:

Comportamenti ostili in serie; La ripetitività delle vessazioni per un congruo periodo di tempo: è stato ritenuto congruo un periodo pari a circa sei mesi; La lesione della salute e della dignità del dipendente (ad esempio il disturbo di adattamento o la depressione); Un rapporto di causa-effetto tra le condotte del datore e il danno subito dalla vittima: il secondo deve cioè essere conseguenza delle prime e di nient'altro; L'intento persecutorio che collega tutti i comportamenti illeciti.

La sentenza specifica che il mobbing esiste nel caso di condotte poste in essere "con dolo specifico, ovvero con la volontà di nuocere, infastidire, o svilire un compagno di lavoro, ai fini del suo allontanamento dall'impresa". Tra i casi di mobbing vi sono il demansionamento, per cui il lavoratore viene costretto a svolgere mansioni di livello inferiore rispetto a quelle per cui è stato assunto, l'emarginazione sul lavoro, le continue critiche, la persecuzione sistematica, l'irrogazione di sanzioni disciplinari e le limitazioni alla possibilità di carriera.

Tipi di mobbing - verticale: quando è attuato da un superiore nei confronti di un subordinato o viceversa da parte di un gruppo di dipendenti nei confronti di un superiore; orizzontale: tra pari grado; collettivo: spesso attuato come strategia aziendale mirata a ridurre o razionalizzare gli organici e rivolto a gruppi numerosi di persone; doppio mobbing: si realizza, quando il mobbizzato carica la famiglia di tutte le sue problematiche. Ad una prima fase di comprensione dei familiari segue una condizione di distacco che, quando la situazione si aggrava, porta ad un ulteriore isolamento dell'individuo dal nucleo familiare; esterno: la vittima è il datore di lavoro che subisce pressioni attuate sotto forma di minacce di denuncia per comportamenti mobbizzanti, sia da parte di organizzazioni sindacali che da dipendenti con velleità carrieristiche.

Fasi del mobbing
- Segnali premonitori: fase breve e sfumata nella quale si appalesano le "anomalie" dinamico-relazionali tra la vittima e i colleghi o il superiore. Tali screzi si scatenerebbero in seguito a cambiamenti nel normale ritmo lavorativo quali ad esempio per una nuova assunzione oppure in seguito ad una promozione. Iniziano le prime critiche e i primi rimproveri. Mobbing e stigmatizzazione: si rende manifesto il comportamento mobbizzante attraverso incalzanti e reiterati attacchi nei confronti della vittima al fine di screditarne la reputazione, isolarla dal contesto lavorativo, dequalificarla professionalmente e, attraverso continue critiche e richiami, demotivarla psicologicamente. Ufficializzazione del caso: la vittima denuncia le vessazioni, ma viene colpevolizzata dai suoi "persecutori" che la considerano responsabile, a causa del suo modo di essere, della situazione che si è venuta a creare. Allontanamento: è la fase conclusiva dell'azione mobbizzante che culmina con il completo isolamento della vittima che inizia a manifestare depressione del tono dell'umore e somatizzazioni. Il lavoratore è stremato e, non riuscendo a trovare una soluzione al problema, sceglie le dimissioni volontarie quale tentativo di salvezza oppure l'estrema ultima strada del suicidio.

"In 5 anni in Italia i casi di mobbing da maternità sono aumentati del 30%: chiediamo azioni concrete a tutela delle lavoratrici neo-mamme". Questa la richiesta della campagna mediatica #mobbingmaternita. Oggetto dell’iniziativa sono le vessazioni, le discriminazioni, le ingiustizie e le dimissioni in bianco che costituiscono la triste quotidianità di molte lavoratrici da poco diventate madri, considerate dalle aziende meno produttive e pesi fastidiosi. Questa preoccupante realtà è ad oggi considerata parzialmente dal governo Renzi che, se da un lato propone bonus bebè e incentivi alle famiglie, dall’altro non pone la giusta urgenza all’aumento delle tutele a favore delle lavoratrici col pancione.

A raccontare che l’Italia non è un Paese per mamme ci ha pensato l’Osservatorio nazionale mobbing con i suoi dati, numeri che fanno molto riflettere: in 5 anni i casi di mobbing da maternità in Italia sono aumentati del 30%, solo negli ultimi 2 anni sono state licenziate o costrette alle dimissioni 800mila donne, 350mila sono quelle discriminate per la maternità o per aver richiesto di conciliare lavoro e vita familiare, 4 su 10 le madri costrette a dare le dimissioni per il "mobbing post partum". Di tutte queste donne, molto poche possono permettersi di portare avanti un'azione legale. I dati riguardano tutto il Paese in misura più o meno uguale, con una concentrazione nelle metropoli, Milano in testa. La campagna #mobbingmaternita chiede che questa situazione venga inserita nell’agenda dello Stato con estrema urgenza e che venga affrontata il prima possibile con azioni concrete a tutela delle neo mamme.


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Mobbing: che cos’è il terrore psicologico sul posto di lavoro sia nel pubblico che nel privato
La Cassazione ha stabilito i requisiti per una giusta denuncia e condanna dei responsabili nonchè i risarcimenti


ROMA (Italy) - Il lavoratore che denuncia il proprio datore di lavoro o i colleghi per mobbing può ottenere il risarcimento del danno soltanto se fornisce la prova certa dell’intento persecutorio che lega le varie condotte vessatorie subite. Secondo il sito d'informazione e consulenza legale 'La legge è uguale per tutti', in base a una recente sentenza della Cassazione, è necessaria anche la prova che tutti i vari atteggiamenti, come demansionamento, rimproveri, eccessivo carico di lavoro, mancato riconoscimento di ferie, "siano tra loro uniti dallo stesso filo conduttore".


Sette parametri con cui la vittima deve provare di essere stata danneggiata sul lavoro: ambiente, durata, frequenza, tipo di azioni ostili, dislivello tra antagonisti, andamento per fasi successive, intento persecutorio. Perché si configuri il mobbing devono ricorrere tutti e sette, non uno di meno. Le vessazioni devono dunque avvenire sul luogo di lavoro (1). I contrasti, le mortificazioni o quant’altro devono durare per un congruo periodo di tempo (2) ed essere non episodiche ma reiterate e molteplici (3). Deve trattarsi di più azioni ostili, almeno due di queste (4): attacchi alla possibilità di comunicare, isolamento sistematico, cambiamenti delle mansioni lavorative, attacchi alla reputazione, violenze o minacce. Occorre il dislivello tra gli antagonisti, con l’inferiorità manifesta del ricorrente (5). La vicenda deve procedere per fasi successive come: conflitto mirato, inizio del mobbing , sintomi psicosomatici, errori e abusi, aggravamento della salute, esclusione dal mondo del lavoro (6). Oltre a tutto quanto elencato, bisogna che vi sia l’intento persecutorio (7), ovvero un disegno premeditato per tormentare il dipendente. In altre parole non è sufficiente descrivere le condotte lesive ma è necessario provare la volontà persecutoria e il piano vessatorio messo in atto dal datore di lavoro o dai colleghi.

Con la parola Mobbing si intende una forma di terrore psicologico sul posto di lavoro, esercitata attraverso comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti, da parte di colleghi o superiori. La vittima di queste vere e proprie persecuzioni si vede emarginata, calunniata, criticata: gli vengono affidati compiti dequalificanti, o viene spostata da un ufficio all’altro, o viene sistematicamente messa in ridicolo di fronte a clienti o superiori. Nei casi piú gravi si arriva anche al sabotaggio del lavoro e ad azioni illegali. Lo scopo di tali comportamenti può essere vario, ma sempre distruttivo: eliminare una persona divenuta in qualche modo “scomoda”, inducendola alle dimissioni volontarie o provocandone un motivato licenziamento. Il Mobbing avviene sia nel pubblico che nel privato e a tutti i livelli lavorativi.

Si tratta di una materia solo recentemente teorizzata, ma ben nota, più vicino alla nostra vita di quanto non avremmo mai immaginato. Chi di noi infatti vive o ha mai vissuto la sua vita lavorativa senza conflitti e senza problemi? Allora siamo dunque tutti vittime di Mobbing? La risposta è, ovviamente, no. Se il vostro capoufficio arriva in ritardo, arrabbiato perchè la macchina l’ha piantato in asso in mezzo ad un incrocio, e voi gli ricordate che deve fare una telefonata fastidiosa o gli riferite l’esistenza di un problema, allora avrete novantanove probabilità su cento di venire trattati male e di sentirvi umiliati e feriti. Una cosa è però certa: non siete vittime di Mobbing, ma solo di azioni che chiameremo mobbizzanti: azioni fastidiose, anche dure e poco gradevoli, ma legate a fattori situazionali (una giornata storta, un mal di testa, un problema privato, o altro da parte vostra o di chi vi lavora accanto) e quindi momentanee. Se invece per qualche ragione il modo di fare prepotente del capoufficio o i pettegolezzi dei colleghi o i comportamenti aggressivi diventano un’abitudine, cioè se le azioni mobbizzanti diventano regolari, sistematiche e di lunga durata, allora si può parlare di Mobbing.

Il Mobbing infatti si manifesta come un’azione (o una serie di azioni) che si ripete per un lungo periodo di tempo, compiuta da uno o più mobber per danneggiare qualcuno (che chiameremo mobbizzato), quasi sempre in modo sistematico e con uno scopo preciso. Il mobbizzato viene letteralmente accerchiato e aggredito intenzionalmente (il verbo inglese to mob significa “assalire, aggredire, affollarsi attorno a qualcuno”) da aggressori che mettono in atto strategie comportamentali volte alla sua distruzione psicologica, sociale e professionale. I rapporti sociali si volgono alla conflittualità e si diradano sempre più, relegando la vittima nell’isolamento e nell’emarginazione più disperata.

Il Mobbing militare - Quando si parla di Mobbing, in generale ci si riferisce a tutti quei comportamenti persecutori che si mettono in atto per minare l'integrità psicologica delle persone in ambito lavorativo. Il fenomeno però si estende anche in altri settori, come ad esempio quello militare e delle forze dell'ordine. Anche in Italia purtroppo questo tipo di vessazione sta prendendo sempre più piede. Il Mobbing nell'esercito si manifesta con particolari modalità, che si sviluppano soprattutto sulle giovani leve da parte dei superiori e del comandante. Non si deve però fare l'errore di confondere questa pratica con una altrettanto diffusa negli ambienti militari, ovvero il nonnismo, che si riferisce a una vasta gamma di altrettanti comportamenti invasivi e di prepotenza da parte dei membri più anziani della truppa, chiamati appunto "nonni". Il Mobbing militare è detto verticale se parte da colleghi di grado superiore e se si connota con le stesse caratteristiche del bossing lavorativo. Se invece esso parte da commilitoni e compagni di camerata, si definisce orizzontale. In entrambi i casi vige la logica malata del "divide et impera", ovvero una strategia pianificata e lucida, attuata razionalmente ed intenzionalmente, con la finalità di distruggere psicologicamente la vittima. Ciò che differenzia le due tipologie è il fatto che il Mobbing che deriva dalle sfere alte del comando mira a confermare in maniera subdola e meschina il proprio grado di superiorità e di comando, rimarcando la posizione inferiore del soggetto preso di mira, che non ha altra soluzione di lasciarsi sottomettere. I soprusi invece che sono messi in auge dai commilitoni, spesso più crudeli e umilianti, possono partire da sentimenti di antipatia o invidia, resi più difficili da eliminare per il fatto che uniscono più forze e che spesso riescono a essere tenuti nascosti ai superiori e quindi difficilmente dimostrabili. Tra le vessazioni più frequenti rientrano scherzi pesanti, insulti, prepotenze, furti e crudeli prevaricazioni psicofisiche, attuate sottoforma di punizioni che devastano nel vero senso della parola la vittima, in tutta la sua integrità di persona. Le conseguenze che questi comportamenti possono portare nell'individuo che ne è costretto alla sopportazione, variano molto a seconda della gravità e della resistenza psicologica dello stesso. In generale si manifestano con uno squilibrio psicofisico, con quadri sintomatologici che spaziano da ansia, attacchi di panico, stress ed irritabilità eccessivi, fino a patologie di ipertensione arteriosa, disturbi gastrointestinali, sessuali e del sonno.

Cosa fare - A tutt'oggi, fortunatamente, è possibile porre fine atutte queste forme di violenza rivolgendosi con opportuna denuncia all'Autorità Giudiziale Militare, che regola il comportamento e la disciplina di tutti gli ordini dell'Arma. Grazie a questa istituzione, le vittime del Mobbing militare possono trovare giustizia e ricevere aiuto, poichè le pene previste per questi reati sono molto severe e possono compromettere in maniera permanente la reputazione e la carriera della controparte denunciata.


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Emirates migliore linea aerea del mondo. L'annuncio da Skytrax World Airline Awards 2016. Questa è la quarta volta che Emirates vince il miglior riconoscimento da quando i premi sono stati introdotti 15 anni fa; la compagnia ha vinto il primo riconoscimento Skytrax come Migliore compagnia al mondo nel 2001, ancora nel 2002 e nel 2013. In totale, Emirates ha vinto un totale di 20 premi Skytrax World Airline dal 2001. (Continua...)