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Generazioni “vuoto a perdere”, sono i 15-25enni "spettatori" di un mondo che cambia rapidamente
Per loro è più importante l'assenza di Wi-fi che un bambino nato nel fango dell'inferno di Idomeni

ROMA (Italy) - Vivono alcune delle vicende più drammatiche dell’umanità, anni di storia che saranno annoverati per molto, molto tempo. Eppure sono tantissimi - per lo più compresi nelle fasce di età tra 15 e 25 anni - che nonostante l’utilizzo smodato di mezzi di comunicazione e nuove tecnologie, restano spettatori di una storia che li riguarda e gli appartiene, incuranti del fatto che il mondo ha urgente bisogno delle loro menti giovani. Carenze che poi si pagano a caro prezzo quando ci si interfaccia con il mondo post scolastico. Gran parte della colpa è degli educatori, famiglie comprese.


La “navigazione drogata” inizia di mattina con l’apertura degli occhi, prosegue sotto la doccia, poi congiuntamente al latte e cereali, continua negli autobus e nelle metropolitane. I teledipendenti te li ritrovi affianco ovunque - anche in auto - che si confrontano tra di loro spesso limitandosi ai monosillabi, alternandosi tra i diversi gruppi di Whatsapp. E se fino a qualche decennio fa, il cellulare era roba per ricchi, per uomini e donne dalla carriera avviata, utilizzato per poter essere rintracciati con più facilità, oggi il cellulare è davvero uno strumento per tutti, utilizzato instancabilmente per colmare le distanza geografiche, per raggiungere la voce degli altri in qualsiasi momento del giorno, per riempire le solitudini, per lo svago. Il problema? I bambini e gli adolescenti lo utilizzano anche diciotto ore al giorno, dividendo questo tempo tra videogiochi, ricerca nel web, musica, sistemi di messaggistica e chiamate, causando così situazioni di dipendenza patologica e di malessere. Si inizia anche a due anni con il tablet appoggiato al bracciolo del seggiolino, e si continua a cinque anni, età in cui alcuni bambini cominciano a dimostrare le prime dipendenze patologiche, degenerando con l’età. I ragazzi vivono in un mondo virtuale, e basta guardarsi intorno per capire che al giorno d’oggi sembra quasi impossibile per gli adolescenti poter costruire una relazione che non sia anche virtuale. Si utilizza il cellulare per affrontare argomenti importanti che riguardano la crescita, affidando le emozioni a schermi freddi. E la realtà?

I corridoi umanitari da nord a sud del mondo, le frontiere invalicabili della Macedonia e della Turchia, la corsa alle elezioni in America, la tanto attesa ripresa economica, Palmira distrutta? Cosa resta della realtà agli occhi di chi oggi è il futuro? Forse, poco più che nulla. Forse l’immagine di un filo spinato che divide due continenti fa meno effetto di un telefono che ha smesso di caricare l’ultima novità del web. Forse la foto di un bambino che nasce nel fango, in un accampamento, suscita meno compassione dell’assenza di reti Wi-fi disponibili, e forse muove più rabbia un punteggio troppo basso al videogioco che un anfiteatro greco-romano distrutto. Tematiche sulle quali non basterebbero fiumi di testi scritti da studenti aspiranti giornalisti, economisti, giuristi, architetti, medici e così via.

La colpa? Secondo i più, è da imputare agli adulti, alle famiglie, ma anche alla scuola: alle famiglie non perché hanno fornito ai ragazzi mezzi utilissimi se utilizzati nel modo giusto, ma perché non hanno offerto anche altri strumenti alternativi, insegnando che ciò che è virtuale non può e non deve sostituire le cose reali; alla scuola, perché dovrebbe insegnare come utilizzare al meglio ogni risorsa tecnologica, e magari espandere di più le conoscenze riguardo agli eventi che segnano il presente piuttosto che presentare sterili scrittori alla ricerca di visibilità e vendibilità dei propri manoscritti. Concretizzare programmi di educazione comunicativa anzichè disgregare quelli faticosamente costuiti e amati dagli studenti.

Soluzioni? Un rimedio al problema potrebbe essere quello di tentare di vivere con più partecipazione la vita di cittadini del mondo, perché forse qualcuno ha dimenticato di insegnare che la globalizzazione non prevede di rimanere connessi alle reti virtuali, ma di collegarsi realmente con il resto del mondo per costruire reti di solidarietà, anche con gesti semplici, che oggi servono più che mai. (Anita Ricco, Giorgio Esposito)

Lui è Brian Perez, un 25enne ballerino di hip-hop della California, e, durante il cenone di capodanno, dettò le basi del gioco “Don’t Be A Di*k During Meals With Friends”, abbreviato poi in “The phone stack”. In sostanza, una volta a cena, ogni commensale deve riporre sul tavolo il proprio cellulare, con lo schermo rivolto sul tavolo: il primo che cede alla tentazione di prenderlo paga il conto per tutti, in caso contrario si divide equamente. Il regolamento può essere modificato in base alle esigenze dei presenti, gli stessi designati a divenire giudici imparziali del gioco stesso. Un’idea che ha ricevuto molti consensi social da ogni parte del mondo, meno apprezzata invece da coloro che ancora oggi si ritrovano a pagare il conto anche per i loro amici. Che ne dite, vale la pena provare?

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