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Sentenza della Cassazione: parcheggiare nel posto del disabile è reato
Commette violenza privata chi parcheggia nel posto espressamente assegnato al singolo utente disabile

ROMA (Italy) - Da ora, finalmente, si puniranno "gli sciacalli" del parcheggio selvaggio. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, quinta sezione penale, nella sentenza n. 17794/2017. La Cassazione, infatti, ha sentenziato che parcheggiare nel posto del disabile è reato. Una proficua batosta per "gli sciacalli" del parcheggio a tutti i costi. Da ora per loro si configurerà il reato di violenza privata proprio in applicazione della decisione suprema e relativa a "colui che parcheggia nel posto espressamente assegnato al singolo utente disabile". I Vigili Urbani e le forze di Polizia sono tenuti ad applicare la nuova normativa sancita dagli ermellini.


La vicenda, sulla quale la quinta sezione penale della Suprema Corte ha messo la parola fine, era iniziata nel maggio del 2009. Una mattina la donna, rientrando a casa con un’amica, aveva trovato il suo posto occupato. Erano circa le 10.30. Giuseppina era stanca — ha problemi fisici gravi — non vedeva l’ora di riposare un po’. Peccato che il posto riservato alla sua auto fosse occupato. È iniziata così la trafila che i disabili conoscono fin troppo bene: diverse chiamate alla polizia municipale che, però, non poteva intervenire perché, questa la risposta che le fu data, tutti gli agenti erano impegnati in una riunione con il comandante. Passano ore. La donna, ormai fisicamente provata, va dai carabinieri di zona. Nemmeno loro possono fare granché se non inoltrare la richiesta ai vigili. Insomma una giornata nera che si conclude solo alle 2.30 del mattino, quando la macchina viene finalmente caricata sul carroattrezzi e portata via.

La rimozione del veicolo avveniva solo dopo molte ore, operata dalla Polizia municipale più volte allertata. Inutile per l'uomo difendersi affermando che l'auto fosse in uso alla nuora, poichè il tentativo d'alibi era fallito stante il riscontro della falsità delle affermazioni della donna. In Cassazione, la difesa dell'imputato sottolinea che il parcheggiare l'autovettura in uno spazio riservato non equivale a impedire intenzionalmente la marcia a una vettura, come evidenziato da precedenti giurisprudenziali, non integrando quindi il delitto di violenza privata. Ciononostante i giudici non accolgono la doglianza di insussistenza degli elementi oggettivi del delitto contestato: anche il ricorrente, precisa il Collegio, ha impedito all'avente diritto di parcare la propria autovettura, parcheggiando nello spazio a lui riservato.

In realtà, si legge nel provvedimento, se lo spazio fosse stato genericamente dedicato al posteggio dei disabili, la condotta del ricorrente avrebbe integrato la sola violazione dell'art, 158 comma 2 del Codice della Strada: tale norma punisce, con sanzione amministrativa, chi parcheggi il proprio veicolo negli spazi riservati alla fermata o alla sosta dei veicoli di persone invalide. Poichè nel caso di specie lo spazio è espressamente riservato a una determinata persona, per ragioni attinenti al suo stato di salute, alla generica violazione della norma sulla circolazione stradale si aggiunge l'impedimento al singolo cittadino a cui è riservato il diritto di parcheggiare lì dove solo a lui è consentito lasciare il mezzo. Da qui la sussistenza dell'elemento oggettivo del delitto contestato. Della violenza privata, inoltre, per i giudici sussiste anche l'elemento soggettivo: la piena consapevolezza si desume dal non aver affermato in giudizio di non aver notato la segnaletica orizzontale e verticale che segnalava lo spazio come riservato a un singolo utente disabile.

Anzi, il parcheggio non era neppure avvenuto per pochi minuti, circostanza avrebbe consentito di dubitare della sua volontà: la vettura era stata parcheggiata prima delle 10:40 fino alla notte, impedendo al disabile, cui era stato assegnato il posto, di parcheggiare anche al suo ritorno a casa di sera. Solo alle 2:00 di notte, infatti, l'autovettura veniva rimossa coattivamente dalla polizia locale. Pertanto, il ricorso va rigettato e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.


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