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Redazione
Le aziende delocalizzano all'estero (spesso con gli incentivi Europei) sulle spalle dei lavoratori italiani
Le norme Ue sugli aiuti di Stato dovrebbero impedire agli Stati membri di utilizzare denaro pubblico per incentivare
la delocalizzazione di posti di lavoro da un Paese dell'Unione in un altro

ROMA (Italy) - Delocalizzare per tagliare i costi. E, in alcuni casi, usufruire di condizioni fiscali più convenienti. Il dumping fiscale, procedura con la quale alcuni Paesi attraggono produzioni da altre parti del mondo, abbassando le aliquote e la pressione fiscale, (e in alcuni casi offrendo anche sconti e incentivi) è finito al centro dello scontro tra il governo ed Embraco, la società brasiliana del gruppo Whirlpool che ieri ha confermato 500 licenziamenti nel torinese e che è pronta a trasferire la produzione dei compressori per frigoriferi in Slovacchia. La situazione ha fatto scaturire delle inchieste a livello europeo. Le aziende italiane che dai dati UGL hanno trasferito uffici e produzioni all'estero.

Con il termine Delocalizzazione si intende la scelta di Grandi e piccoli gruppi industriali che trasferiscono la loro produzione dal territorio nazionale in altri paesi, dove il costo del lavoro è più basso, anche del 75% rispetto alla paga di un lavoratore italiano.

E' il caso della Embraco, la società controllata da Whirlpool che ha confermato 500 licenziamenti nel torinese. Ma la Embraco non è la sola realtà ad aver scelto di fare le valigie per l'Est. A volare in Slovacchia c'è anche un'altra multinazionale statunitense, la Honeywell, che realizza compressori per motori diesel ad Atessa, in provincia di Chieti, dando lavoro finora a circa 400 persone, senza contare l'indotto. Per non parlare di moltissime altre imprese che negli anni hanno deciso di spostare la produzione in Slovacchia. Sul proprio sito, Sario, la Slovak Investment and Trade Development Agency, un'agenzia che opera sotto la supervisione del ministero dell'Economia della Repubblica Slovacca, cita tra i casi di successo le francesi PSA Peugeot-Citroën, Orange, Gaz de France, la tedesca Siemens, le spagnole Aluminium Cortizo, ESNASA e le italiane Magneti Marelli, Sisme, Came e Zanini. Tutte aziende che hanno deciso di spostare la produzione nella Repubblica Slovacca.

Le norme Ue sugli aiuti di Stato dovrebbero impedire agli Stati membri di utilizzare denaro pubblico per incentivare la delocalizzazione di posti di lavoro da un Paese dell'Unione in un altro, una questione che è il nocciolo stesso della concorrenza leale tra Stati nel Mercato unico. Per questo nel 2014 sono state introdotte condizioni specifiche, per far sì che gli investimenti regionali non possano essere garantiti per incentivare la rilocalizzazione di attività economiche da un Paese all'altro. Condizioni che sono state rese più stringenti nel maggio 2017.

Le maggiori imprese italiane da anni hanno trasferito all’estero le attività, generando in questo modo la perdita di migliaia di posti di lavoro. (Fonte UGL):

FIAT: stabilimenti aperti in Polonia, Serbia, Russia, Brasile, Argentina.
DAINESE:due stabilimenti in Tunisia.
GEOX: stabilimenti in Brasile, Cina e Vietnam; su circa 30.000 lavoratori solo 2000 sono Italiani.
BIALETTI: fabbrica in Cina, ed i lavoratori di Omegna vengono licenziati.
OMSA: stabilimento in Serbia, cassa integrazione per 320 lavoratrici italiane.
ROSSIGNOL: stabilimento in Romania, 108 esuberi a Montebelluna.
DUCATI ENERGIA: stabilimenti in India e Croazia, chiuse le fabbriche in Italia.
BENETTON: stabilimenti in Croazia.
CALZEDONIA: stabilimenti in Bulgaria.
STEFANEL: stabilimenti in Croazia.
TELECOM ITALIA: call center in Albania, Tunisia, Romania, Turchia totale di circa 600 lavoratori.
WIND: call center in Romania ed Albania per un totale di circa 300 lavoratori impiegati.
H3G: call center in Albania, Romania e Tunisia per circa 400 lavoratori impiegati.
VODAFONE: call center in Romania per un totale di circa 300 lavoratori.
SKY ITALIA: call center in Albania per un totale di circa 250 lavoratori impiegati.


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