www.italianews.org - Comunicazione e giornalismo

Scuola 2.0 ... "la scuola che vorrei....."
Richieste, aspirazioni e riflessioni di dirigenti, docenti, genitori e studenti sull'attuale sistema italiano

ROMA (Italy) - Quello che voglio so che non si può realizzare perchè forse noi pretendiamo cose che lo Stato Italiano non ci può garantire. Intanto, vorrei una scuola più vicina ai suoi studenti, in modo che, alla fine del loro percorso scolastico, abbiano una buona preparazione per entrare nel mondo del lavoro. Una scuola che ti dia una borsa di studio, perchè sei un alunno meritevole o semplicemente perchè non hai abbastanza soldi per comprarti i libri. Una scuola dove non ci sia bisogno di raccomandazioni per avere bei voti o essere promossi, ma di tanto studio. Una scuola che a fine anno premi chi deve essere premiato e bocci chi invece entra in classe solo per riscaldare il banco. Una scuola che non cada a pezzi e che disponga di laboratori ben attrezzati e magari anche di una biblioteca. Una scuola che ponga al centro del suo programma e in tutti gli indirizzi di studio “l’internazionalizzazione” e la “globalizzazione” degli studi attraverso una “magica triplice”: comunicazione, lingue, new tecnology. (Giorgio Esposito)


“Qual è la scuola che vorresti?” è una comunissima domanda che, in genere, viene posta agli studenti per permettergli di immaginare un “mondo” dove al primo posto ci siano le loro esigenze, i loro sogni e le loro aspirazioni. Questa volta, però, a rispondere al quesito saranno tre neo-presidi, giovanissime, che da quando sono in carica si sono promesse un “effettivo rinnovamento scolastico”. Chi meglio di chi una scuola la dirige sa quali siano le criticità e i punti di forza di un sistema che da oggi dovrebbe passare alla versione 2.0? (Interviste: Marika Del Zotti)

Maria Oliva, è dirigente del Liceo Linguistico e delle Scienze Umane “Palumbo” di Brindisi da pochi mesi, eppure, in quella scuola ci è cresciuta. La sua scuola, per lei, è un'isola felice dove c'è buona comunicazione interpersonale e un ottimo rapporto tra gli stessi insegnanti che da anni ormai hanno formato un team affiatatissimo. Cosa manca dunque alla scuola? “La scuola che vorrei è molto vicina a questa. Sicuramente nella mia scuola ideale porterei questo clima che si respira fra i corridoi e il forte senso di appartenenza che permea studenti e docenti. La scuola italiana è molto mortificata e non a giusta ragione. Non sopporto assolutamente la differenza che si fa tra il pubblico e il privato, differenza, che spesso parte dagli stessi docenti che vantano di saper lavorare solo perché provengono da un istituto privato. Anche nel pubblico si lavora tanto e con qualità e questo andrebbe sottolineato e valorizzato.” Ma, secondo la preside, il punto di debolezza della sua scuola e in generale della scuola italiana è il forte baratro che si è instaurato tra le nuove generazioni e una scuola da svecchiare. “Bisognerebbe trovare una giusta misura. L'utilizzo delle tecnologie è in questo secolo fondamentale. (M.D.)


Dall'altra parte c'è Mina Fabrizio, preside da pochi mesi del “Comprensivo Casale” con molti anni di insegnamento nelle scuole brindisine. La realtà con cui deve interagire è molto particolare, la sua dirigenza, infatti, abbraccia scuola dell’infanzia, primaria e media inferiore. “Ancora non ci sono stati grandi cambiamenti perché sono appena arrivata e devo ancora farmi conoscere”. Il suo carattere è “frizzante” e così vede la sua scuola. “Vorrei una scuola attiva che i ragazzi frequentino volentieri e dove i rapporti siano tranquilli. Cosa manca? Bisogna investire sul versante sociale, aprire i cancelli e non restare chiusa nelle quattro mura, conoscere e farsi conoscere all'interno del territorio. Nei miei tanti viaggi mi sono resa conto di quanto l'istruzione in altri paesi sia più avanzata. Purtroppo la mia scuola, come quella italiana oggi non è ancora pronta, a mio avviso al cambiamento, mancano le basi burocratiche, mentali e sociali”. Che l'Italia non sia pronta però, non vuol dire che non possiamo esserlo noi e, infatti, è proprio nel piccolo grande mondo del suo comprensivo che la Fabrizio opererà per creare una scuola 2.0, interattiva, dove tutti, compresi i docenti devono essere pronti a mettersi in gioco. (M.D.)


Quale scuola vorrei? Anche la dirigente del Liceo "Marzolla" Carmen Taurino - da settembre alla guida di ben quattro istituti scolastici - prova a rispondere. "Nella mia idea si incrocia l’ideale di madre e di dirigente. Per i miei figli ed i miei alunni vorrei una scuola che sapesse garantire loro la costruzione delle competenze necessarie ad affrontare la realtà e a costruirsi in maniera costruttiva e propositiva. Inoltre, "la scuola che vorrei non può prescindere dalle innovazioni digitali perché parla ai ragazzi con il loro linguaggio; la scuola che vorrei offre la costruzione di solide competenze linguistiche per una formazione europea dei giovani; la scuola che vorrei non trascura gli alunni con bisogni peculiari come disabili o stranieri, anzi funge loro da supporto e guida. La scuola ideale sostiene gli alunni deboli ma non trascura di valorizzare le eccellenze, in una parola è attenta realmente alla ‘persona’. Purtroppo tutto ciò si scontra con l’esiguità di risorse e di personale che costringe a sacrificare tanti slanci della scuola. Anche i docenti, che non si sentono opportunamente gratificati, rivelano talvolta stanchezza: ecco, nel sistema scuola io immagino un corpo docenti affiatato e coeso, che è garanzia di equilibrio del sistema, tutto proteso al miglioramento continuo della propria scuola attraverso una progettualità condivisa e sentita. Immagino una scuola che si apre all’esterno, che coglie ed elabora gli stimoli che le vengono dal territorio, generando una superficie di contatto allargata, grazie alla quale docenti e famiglie concorrano sinergicamente alla crescita dell’alunno".



La scuola che vorrei, dovrebbe investire nei giovani quale dovere primario soprattutto in momenti particolari come questi. E’ necessario, infatti, avere il coraggio di cambiare e soprattutto di puntare sulle nuove generazioni. La dispersione scolastica negli ultimi anni continua a salire, il rapporto annuale 2012 dell’ISTAT, fa emergere un vero e proprio allarme educativo. L’Italia ha un primato negativo in Europa: 2 milioni di giovani tra i 15 e i 24 anni non sono né a scuola, né al lavoro; vivono una condizione di vuoto a grandissimo rischio. Noi vogliamo puntare sulla “Dispersione zero”, per farlo, però, bisogna anche mirare ad una scuola aperta, ad una scuola fondante con la comunità, una scuola in cui diventa valore anche l’apprendimento informale, perchè un ragazzo lontano dalla scuola privo di un posto di lavoro, può solo incentivare il disagio sociale. (Dott.ssa Anna Maria Casaburi - Criminologo Clinico, Psico Patologo Forense, Giudice Onorario Tribunale per i Minorenni di Lecce)

Riproduzione non consentita ©
 



La scuola 2.0 ... "la scuola che vorrei....."
Riflessioni, richieste e aspirazioni di dirigenti, docenti, studenti e genitori dell'attuale sistema italiano

 

La mia scuola ideale è quella capace di ascoltare di più i giovani studenti ed accettarne - chiaramente dove è possibile - le proposte e le relative iniziative partendo da un dialogo e arrivando a un compromesso. Un ambiente accogliente che respinga atti di violenza e discriminazione, che tenda ad essere una struttura che agevoli la formazione didattica in modo equo e che aiuti a guardare consapevolmente le prospettive del futuro ingresso nel mondo del lavoro, con una particolare attenzione verso le lingue straniere e l’utilizzo delle nuove tecnologie per mirare a un’efficace comunicazione. Ma proprio perché saremo “gestori del futuro” la scuola deve fungere da nostra “alleata” quindi, non solo formando didatticamente ma anche informare responsabilizzando e rendendo partecipi di una sempre e maggiore attenzione alla prevenzione dei fenomeni giovanili come violenza, alcol e droghe. Una prevenzione che aiuterebbe anche le famiglie a gestire meglio i conflitti con i propri figli-studenti oramai sempre più spesso disperati.

La scuola che immagino è quella in cui anche gli stessi insegnanti – su input di nuovi programmi ministeriali - si mettano in gioco e che abbiano un’idea di scuola che non si limiti a un’istruzione di base ma che vada oltre, pensando a nuove strategie d’insegnamento quali, ad esempio, le lingue straniere sperimentate sul campo e non fatte in maniera conoscitiva tali da essere dimenticate dallo studente in così poco tempo. La mia scuola ideale è soprattutto composta di cultura basata sulla cooperazione educativa e democratica tra studenti e corpo docente capace di garantire i contenuti concreti nella formazione dello “studente individuo” anziché del semplice e standardizzato alunno. (Chiara Schena, studentessa)


La scuola che desidero per me, per i miei figli e per le generazioni future, è una scuola dove le diversità siano rispettate, dove ogni individuo all’interno dell’organizzazione scolastica sia considerato unico, ed ogni suo diritto sia rispettato a pieno. Vorrei una scuola che permetta a tutti di essere frequentata, compresi i disabili di tutte le tipologie. Vorrei una scuola che sia sana, completa e soprattutto che si regga in piedi! Vorrei poter non soffrire il freddo nelle aule a causa delle finestre rotte e caloriferi ormai andati da secoli; vorrei poter raggiungere la mia scuola senza problemi di trasporto; vorrei che tutte le libertà dell’individuo maggiorenne fossero rispettate, compresi il diritto al fumo di sigaretta ed il diritto di uscita anticipata. Desidererei una scuola avanzata, completa di sistemi che permettano di avere un contatto adeguato con la tecnologia, ovviamente senza oltrepassare i limiti (io credo ancora nei cari e vecchi libri stampati e quaderni!). Vorrei una scuola in cui le classi siano formate da un numero limitato di studenti, per consentire un eccellente livello di apprendimento.
Vorrei delle classi miste, sia dal punto di vista anagrafico che dal punto di vista delle conoscenze e delle capacità, per non discriminare nessuno. Vorrei una scuola senza crocefissi alle pareti, che ledono alla sensibilità di coloro che non aderiscono alla religione cristiana. Ma tutti questi “vorrei” probabilmente sono un’utopia: come si fa a desiderare di avere una scuola completa e adatta a tutti, quando a volte non ci sono nemmeno i gessetti per scrivere sulla lavagna? Sarebbe facile prendere esempio dalle scuole estere, dove le lezioni sono intervallate da minimo 10 minuti di pausa, dove c’è una figura specializzata vicina agli studenti che li aiuta nelle situazioni di difficoltà di ogni genere, dove è facile chiedere aiuto ed avere risposta, dove si organizzano attività extrascolastiche di tutti i generi. Sarebbe fin troppo bello avere libertà di scelta e consultazione tra studenti sui viaggi d’istruzione, che molte volte sono inadatti e non piacciono agli stessi ragazzi-utenti. È troppo, per noi ragazzi italiani, chiedere una scuola che soddisfi minima parte dei nostri bisogni? È troppo desiderare un minimo di attenzione in più da parte del Governo, per poter risolvere i nostri problemi legati alle strutture e alle organizzazioni scolastiche? È troppo chiedere di far rispettare i nostri diritti e le nostre aspettative? Io credo di no. (Roberta Ferraro, studentessa)


Ho lasciato il mondo della scuola superiore da più di un anno, ma solo fisicamente: i miei attuali studi e le mie riflessioni mi hanno portata a tornare con la mente in quelle aule in cui ho trascorso cinque anni della mia vita fino ad analizzare nel particolare il mio percorso, simile a quello della maggior parte degli studenti italiani. Nel sistema scolastico italiano il ruolo centrale è dell’insegnante che ha padronanza della attività didattiche che gli allievi devono svolgere e il tempo viene destinato soprattutto al compito di apprendere. A questo approccio così fisso, però, solo alcuni insegnanti riescono ad integrare anche una modalità personale di lavoro che non limiti il fine dell’insegnamento all’apprendimento in sé, che da parte degli studenti avviene principalmente per un interesse sempre crescente nel “voto” su test standardizzati. Soprattutto nelle scuole superiori, viste come più competitive e valutative, il ruolo del docente dovrebbe essere fondamentale per far giungere lo studente ad una diversa idea di apprendimento, che sia non un mezzo per un fine, ma un fine in sé.
Se gli studenti fossero più portati a ritenere che alla base del proprio risultato ci sia l’impegno e che la capacità sia da conquistare con costanza e perseveranza, avrebbero una motivazione intrinseca allo studio, meno ancorata alla affannosa corsa al voto più alto. Inoltre, si dovrebbe sviluppare la possibilità offerta agli studenti di fare delle scelte, sia per quanto riguarda una parte del piano di studi che nell’elaborazione di momenti di esperienza pratica da autogestire sotto la supervisione di un insegnante poiché sarebbe un elemento di forte incoraggiamento all’assunzione di responsabilità che porterebbe a dei risultati soddisfacenti e ad una competenza maggiore. È ormai necessaria, a mio avviso, una rivisitazione dell’approccio dell’insegnamento diretto in tutta la scuola italiana, per far sì che insegnanti e allievi possano compiere insieme un percorso valido e produttivo, rendendo i docenti davvero in grado di fare la differenza: un trattamento equo e rispettoso nei confronti degli allievi, uno stile di comunicazione efficace, una modalità di insegnamento attenta e rigorosa e un’attenzione all’individuo come tale e non come parte di un gruppo classe sono i punti chiave da unire alle modifiche strutturali del percorso didattico per creare uno stimolante contesto in cui apprendere, crescere ed essere motivati a migliorare le proprie capacità. (Giulia Selicato, studentessa)

Riproduzione non consentita ©
 



Scuola 2.0 ... "la scuola che vorrei....."
Riflessioni, richieste e aspirazioni di dirigenti, docenti, studenti e genitori dell'attuale sistema italiano


Sul terreno pedagogico, la scuola deve affrontare la sfida della formazione di cittadini che sappiano utilizzare criticamente e con autonomia di giudizio le conoscenze apprese. Solo così la scuola può riprendersi il primato educativo che le spetta e differenziarsi dalle altre sollecitazioni formative dalla valenza educativa piuttosto discutibile, quali la televisione e i media in genere. Il rinnovamento della scuola deve certamente passare attraverso i curricoli, le indicazioni nazionali, l’organizzazione e il funzionamento interno e, soprattutto, deve tener conto che solo una didattica centrata sul soggetto in apprendimento può produrre il successo formativo. Per tutto ciò, fondamentale è l’Autonomia scolastica all’interno della quale possa pienamente svilupparsi la ricerca disciplinare e didattica intelligente, creativa e responsabile dei docenti. La scuola, per preparare gli allievi della moderna società, esige una nuova professionalità dei docenti, basata su competenze pedagogiche, organizzative, metodologiche, informatiche.
Il docente deve, soprattutto, fare ricerca all’interno dei Dipartimenti, sperimentare percorsi di insegnamento-apprendimento basati sul costruttivismo, praticare l’ascolto attivo, garantire la continuità tra un ordine e l’altro, sentirsi tutor per potenziare le risorse della scuola e per gestire un progetto formativo complesso volto al raggiungimento di risultati efficaci. Al centro della ricerca è necessario collocare le discipline, analizzate dal punto di vista della quantità e da quello della qualità. Quanto si insegna? Come si insegna? I processi di insegnamento-apprendimento che devono tener conto delle difficoltà degli alunni dai ritmi più lenti, richiedono tempi lunghi. Ecco perché sarebbe utile condividere l’idea che è meglio privilegiare l’insegnamento di elementi essenziali e prioritari che possono in futuro generare altre conoscenze, piuttosto che favorire un insegnamento enciclopedico utile per pochi, ma non per tutti. (Lucia Portolano, docente)

 

La scuola che vorrei…è una scuola che non consideri docenti studenti e personale ATA dei numeri con cui giocare sulla scacchiera finanziaria italiana, per gestire al meglio le risorse economiche stanziate per la scuola pubblica, ogni anno inferiori al precedente. Gli accorpamenti dei vari ordini e tipologie di scuole e l’affidamento di reggenze sminuiscono il ruolo dei dirigenti che non hanno il tempo necessario per coordinare e valorizzare le risorse di ogni singola scuola. La scuola che vorrei… deve garantire istruzione vera a tutte le classi sociali, avendo il coraggio di chiudere i noti “diplomifici” che contribuiscono a deformare i nostri giovani, potenziali futuri governanti del nostro paese. La scuola che vorrei… dovrebbe essere gestita da ministri che sappiano cosa significa “insegnare” perché hanno fatto esperienza diretta nelle scuole; e se l’hanno fatta, che non dimentichino i problemi didattici, psicologici, operativi che ogni giorno migliaia di docenti sono chiamati a risolvere sul campo, utilizzando strategie e altissime competenze professionali, che la società italiana non riconosce loro.

La scuola che vorrei… è un luogo in cui i giovani possano trovare opportunità di apprendimento diversificate, che li aiutino a sviluppare un metodo di studio autonomo e personale con cui affrontare gli studi accademici o da spendere nel mondo del lavoro per superare i problemi di adattamento. La scuola che vorrei non è certamente un luogo in cui la didattica segua le mode del momento, ma in cui la ricerca-azione guidi alla scelta di strumenti didattici dettata dalle esigenze e dai bisogni dei singoli discenti. No, quindi, al digitale a tutti i costi, no all’abolizione dei libri di carta perché considerati obsoleti strumenti di istruzione. Sì ad una didattica di tipo integrato che metta il discente al centro del processo insegnamento-apprendimento e che utilizzi tutti i mezzi necessari perché tutti raggiungano l’obiettivo primario della Scuola: il successo scolastico. (Ersilia Meo, docente)


Ho 16 anni sono le 7,45 e sto andando a scuola ………. Al suono della campanella entro insieme a 20 compagni in un’aula luminosa, pulita e con tende alle finestre per difenderci dal sole , che qui, alle nostre latitudini, picchia fino a novembre inoltrato. I banchi disposti a semicerchio attorno alla cattedra sono dell’altezza giusta per permetterci di non incurvare le spalle, le sedie sono ergonomiche e si può benissimo stare cinque ore seduti senza indolenzimenti vari…. Su ogni banco vi è una ribaltina con un tablet (cuffia e microfono) in rete con gli altri dispositivi e con il pc del docente. I libri di testo sono tutti online e le attività le svolgiamo prevalentemente sul mezzo informatico, non ci si dimentica però del quaderno e della penna! Saper scrivere e risolvere esercizi di matematica manualmente è sempre indispensabile! Non trascuriamo che lo strumento più potente e versatile che abbiamo è il nostro cervello!
Le ore di lezione si succedono, i docenti interloquiscono con noi serenamente, spiegando e interrogando, utilizzando il computer e la lavagna multimediale, ma non dimenticandosi il gesso e la classica lavagna di ardesia, perché a volte uno schema, un disegno, un calcolo, una parola scritta manualmente ne rafforza la comprensione. Cinque ore di lezione, intervallate da 15 minuti di ricreazione nella quale, come tutti gli studenti del mondo, parliamo, ridiamo e usiamo i distributori automatici di bevande e merendine, poi si torna in classe. Alle 13:00 finiamo le lezioni teoriche e fino alle ore 15:00 pausa pranzo. Ci spostiamo nella mensa che è all’interno della struttura scolastica, dove vi sono anche spazi ricreativi e rilassanti , non siamo costretti a bivaccare mangiando un panino seduti sulle scale! Alle 15:00 torniamo a fare lezione, non in classe, bensì in laboratorio dove verifichiamo le conoscenze e le procedure studiate teoricamente la mattina, poi in palestra per l’attività motoria e nelle aule per svolgere i pochi ma significativi compiti assegnatici. Alle 18:00 tutti a casa, senza ulteriore oneri …… liberi di goderci la serata e il sabato ….EH SI ! in questa mia scuola il sabato si sta a casa! (Annamaria Valvetri, docente)


Scuola Primaria classe 1^: 27 alunni. Modello organizzativo: tempo normale, maestro unico. La scuola che vorrei … è una scuola che non sarebbe mai dovuta arrivare a questo: una scuola deprivata e derubata di risorse umane, morali, intellettuali e finanziarie, alla mercé di scelte politiche che nulla hanno a che fare con l’interesse e l’amore per i bambini. Vorrei … una scuola che mi consenta di tornare a casa, al termine di una giornata scolastica, soddisfatta per ciò che ho potuto dare ad ogni bambino, ognuno con le sue attitudini, i suoi interessi e le sue capacità (se solo potessero essere di meno!!!). La scuola che vorrei … non dovrebbe farmi sentire amareggiata, delusa per non aver trovato il tempo necessario perché “Giovanni”, che a casa non viene seguito, non ha imparato a leggere e scrivere così bene come gli altri suoi compagni. La scuola che vorrei … è proprio quella per cui ho scelto di fare questo lavoro, una scuola che punti senz’altro all’apprendimento, ma con la consapevolezza che si apprende non solo quando ci viene insegnato bene qualcosa, ma soprattutto quando si sta bene a scuola, quando si sa che si può essere ascoltati (se solo potessero essere di meno!!!) (Beatrice Lotito, docente)


In una società e complessa dinamica come la nostra, sempre più ramificata nei suoi aspetti politici e comportamentali, la scuola dovrebbe rappresentare l’istituzione con maggiori possibilità di orientamento cognitivo, culturale ed etico. Vorrei una scuola che si ponga come obiettivo primario lo sviluppo delle potenzialità dell’essere umano, favorendo uguali opportunità per tutti senza discriminazione alcuna, trasmettendo quei valori universali che solo la scuola può garantire nel tempo e in ogni società. Vorrei una scuola in cui prevalga il merito, il riconoscimento, il rispetto dell’individualità, l’accettazione e la gestione della diversità, la valorizzazione delle differenze, dell’originalità dell’essere. La scuola oggi è piena di problematiche, il docente è messo duramente alla prova perché la realtà da gestire, a volte, è veramente difficile.
La scuola odierna ha bisogno di insegnanti altamente qualificati e motivati, in grado non solo di trasmettere delle conoscenze, ma di suscitare negli allievi delle emozioni, quelle emozioni che si provano quando la mente si apre al sapere… Solo in questo modo, il binomio insegnamento-apprendimento, a mio avviso, può esplicarsi in modo coerente e adeguato. Ben vengano le innovazioni tecnologiche, il progresso, l’efficienza, è bello avere una scuola moderna, all’avanguardia, vicina alle esigenze degli allievi, ma non è l’esteriorità ciò che conta: il rinnovamento deve riguardare sì le strutture ma prima di tutto le persone, gli educatori, la società e i valori che oggi non esistono più. (Raffaella Lanciano, docente)


Vorrei una scuola democratica, inclusiva e solidale, che possa formare i giovani e le giovani al dialogo, alla diversità come valore, all’impegno, alla responsabilità, all’indignazione. Una scuola dove si valorizza l’unicità e la singolarità e che sa riscoprire l’identità di comunità educante e la dimensione comunitaria dell’apprendimento. Vorrei classi allestite come comunità di pratiche, dove abitano l’amicizia e la solidarietà non segnate da competitività e individualismo. Classi come ”vivaio di relazioni” dove abitano sguardi rigorosamente attenti alla dimensione relazionale della conoscenza perché nell’apprendere ci sono in gioco aspettative, emozioni, passioni, interessi personali e specifiche inclinazioni che si ha il dovere morale di intercettare e prendere in cura. Vorrei una scuola dove l’apprendimento è l’esito di un sapere pratico in azione e non memorizzazione di conoscenze con ragazzi e ragazze che apprendono con tutti e cinque i sensi in contesti sempre diversi, dentro e fuori la scuola, con la piena consapevolezza di quello che fanno.
Non vorrei una scuola antipedagogica asservita ai saperi liquidi dei test che imbavagliano le intelligenze e sacrificano il pensiero plurale, una scuola subalterna e funzionale al mercato e al mediatico che confeziona spiriti assopiti, omologati e non liberi e ribelli. Infine non vorrei più vivere questa meravigliosa esperienza dell’imparare a insegnare con una scellerata scure scolastica che incombe su tempo scuola, laboratori, organici, sedi scolastiche, qualità della didattica, ricerca, innovazione e creatività. VOGLIO però rimanere un’inguaribile visionaria nel pensare che la scuola possa tornare ad elevare la conoscenza a capitale economico, culturale e morale del nostro paese. (Marica Guglielmi, docente)

Riproduzione non consentita ©
 



Scuola 2.0 ... "la scuola che vorrei....."
Riflessioni, richieste e aspirazioni di dirigenti, docenti, studenti e genitori dell'attuale sistema italiano

 

Vorrei una scuola pulita, non solo come istituto, ma soprattutto come istituzione, pronta a prendere i suoi alunni per mano e continuare il cammino da essi iniziato in famiglia, conducendoli a diventare individui completi sia socialmente che culturalmente. Una scuola che facesse comprendere ai ragazzi che c’è sempre un futuro in cui sperare, che, dunque, non li facesse mai sentire defraudati ingiustamente di qualcosa, ma che anzi impartisse certezza e fiducia nei cardini della società, perché la scuola è la prima vera istituzione, al di fuori della famiglia, in cui i ragazzi approdano e perciò ha il dovere di funzionare bene. Una scuola pronta anche a "suggerire" l'indirizzo scolastico più idoneo al prosieguo nelle classi superiori. Se la scuola funziona bene, partorirà ragazzi pronti a fronteggiare il mondo con la giusta autostima e con la giusta fiducia; ragazzi pronti a confrontarsi e non delusi ancor prima d’iniziare … (Maria Grazia Manna, genitore)



Nella scuola che immagino, lo studente dovrebbe essere messo in condizione di sfruttare al massimo le proprie capacità, rendendo indispensabile accompagnarlo in un percorso che abbia come obiettivo “migliorare” e “crescere”; ciò è possibile solo se lo studente è in grado di riconoscere le difficoltà che via via trova lungo il suo percorso didattico. Il compito della scuola, poi, dovrebbe essere quello di mettergli a disposizione i mezzi per superarle. Ad esempio, la stessa correzione delle verifiche, dovrebbe andare oltre la semplice assegnazione del voto e, quindi, fornire l’occasione di approfondire gli errori commessi, dialogando su cosa è corretto, cosa non lo è e perché. Solo in questo modo la correzione non apparirebbe sterile ma costruttiva. Nella scuola che vorrei, inoltre, prevederei una efficace competenza da parte degli insegnanti e, al tempo stesso, una continuità didattica: cambiare docenti ogni anno, di certo, non giova a nessuno! (Erasmo Moro, genitore)

Riproduzione non consentita ©
 



Scuola 2.0 ... "la scuola che vorrei....."
Riflessioni, richieste e aspirazioni di dirigenti, docenti, studenti e genitori dell'attuale sistema italiano

 

Nel continuo peregrinare in giro per il mondo, amo confrontarmi con le culture che incontro e tra i dati che valuto non può mancare quello della Scuola. Conoscere il sistema scolastico del paese ospite, rappresenta un’occasione per verificare, anche, se quello italiano è veramente da “cestinare” oppure contiene ancora margini per “emergere” dalle profonde catacombe in cui l’ha relegato “l’ignobile politica economica e anti-culturale” del bel paese.

Da questo punto fermo, nasce la consapevolezza di “far luce” su una scuola per tanti motivi “diversa” dalla nostra e a cui, troppo spesso e genericamente, facciamo riferimento in tante occasioni di confronto. Iniziamo così ad addentrarci nei sistemi scolastici di tanti altri paesi a volte con noi confinanti a volte oltre oceano, esotici e asiatici, africani e australiani.

La Finlandia, ogni anno nelle prime posizioni della speciale classifica dell'OCSE sui sitemi scolastici del mondo intero. La scuola finlandese prevede la scuola primaria (con un unico maestro affiancato dallo specialista di lingua straniera) e la scuola secondaria, per un totale di 9 anni di obbligo scolastico (peruskoulu). La scuola dell'obbligo è totalmente gratuita (sono gratuiti anche i libri e la mensa scolastica). Tutto il materiale, anche la cancelleria, viene consegnato agli alunni dallo Stato. Al termine dei 9 anni lo studente sceglie se andare alla Scuola secondaria superiore o alla scuola professionale per i tre anni successivi. Notiamo quindi che in totale gli anni di scuola sono 12, contro i nostri 13. Gli anni di obbligatorietà, come abbiamo visto, sono 9 contro i nostri 10. Ma occorre una precisazione: la scuola comincia a 7 anni. Prima si frequenta l'asilo, che nell'ultimo anno prepara l'alunno all'ingresso nella scuola dell'obbligo. Gli insegnanti sono reclutati dai Comuni e buona parte del curriculum è determinato localmente. Si tratta quindi di un sistema decentrato, come in genere sono i sistemi nordici o anglosassoni. Per accedere al ruolo di insegnante occorre la laurea. Le ore di insegnamento sono in media 26, 30 nella scuola secondaria. Non si svolgono esami alla fine della scuola obbligatoria, ma viene rilasciato un certificato delle competenze raggiunte. Fino ai 10 anni non sono previsti voti e le interrogazioni non hanno nulla di punitivo o inquisitorio. Le scuole private, pochissime, sono tutte sovvenzionate dallo Stato. Durante il liceo, che prevede 38 ore settimanali, non si hanno gruppi classe ma ogni studente sceglie le materie da seguire e su cui sostenere l'esame finale di Stato. L'insegnamento è organizzato in moduli, dunque prevede un periodo compatto in cui ci si concentra su una data disciplina. La Finlandia è uno dei paesi con più alto tasso di scolarizzazione nel mondo: il 97,7% degli studenti completa il ciclo di studi; il 39% di giovani che non sceglie il liceo e preferisce imparare una professione ha a disposizione la scuola professionale o anche altre possibilità di istruzione permanente.

Com'è possibile questo risultato? Dipende in buona parte dalla mentalità pedagogica degli insegnanti finlandesi: non è l'alunno che deve adeguarsi agli standard dell'insegnante, ma è l'insegnante che deve capire come raggiungere l'alunno. Del resto, anche il reclutamento locale ha una certa importanza: l'accesso non è impersonale e la selezione dei docenti è molto dura. Dopo la formazione universitaria di 5 anni, seguono 6 mesi di pratica e 6 mesi con un tutor. Anche i primi 3 anni di lavoro prevedono la supervisione di un insegnante anziano. Lo stipendio è sotto la media europea, ma non tanto bassi come in Italia. Ma l'ottimo output deriva anche da un altro fattore: in tutte le scuole lavorano anche dei docenti senza orario prestabilito, con l'unico compito di aiutare gli studenti a recuperare le difficoltà. I professori possono contare anche su psicologi ed esperti per chiedere consigli e predisporre strategie per aiutare chi mostra problemi.C'è da dire che il basso numero di abitudini facilita l'organizzazione scolastica, ma proprio la scarsità di risorse ha portato la politica finlandese a investire sull'incremento della conoscenza.

Qual è la ricetta segreta? E’ da quarant’anni che in Finlandia bisogna prendere un master per poter insegnare dalle elementari in su; i relativi corsi durano tre anni sono a numero chiuso, e l’ammissione è molto ambita. Una volta finito il master, gli insegnanti entrano in un albo cittadino, dal quale le scuole scelgono chi chiamare. Quest’anno l’università di Helsinki ha accettato solo il 9,8% delle domande: la selezione è dura, gli aspiranti tanti. La strage di candidati segnala il fatto che la carriera può essere intellettualmente e socialmente interessante e appagante. A fare la differenza è forse il ruolo sociale importante, tuttora attribuito a chi insegna. Ma anche la possibilità di cambiare lavoro, se lo si vuole: tutte le grandi aziende hanno dipartimenti per l’educazione, e gli insegnanti sono molto richiesti. E, più semplicemente, il fatto che i docenti sono liberi nel loro lavoro: non di scegliere cosa insegnare, ma di decidere come farlo. Nella scuola finlandese si va avanti per propri meriti e nessun professore penserebbe mai di dare un sei politico, come purtroppo ancora oggi succede in Italia. I professori in Finlandia sono anche molto motivati, ben pagati, lavorano in classi con tredici studenti al massimo, molto disciplinati. I bambini sin dall’asilo vengono abituati al rispetto delle persone, degli animali e della natura. Sempre tutti in fila e mai si fanno avanti a spintoni. Vengono educati a non calpestare neanche le formiche e a non disturbare gli scoiattoli, che spesso popolano le scuole. Qui viene insegnato soprattutto il rispetto per tutto ciò che ci circonda. Le materie e le nozioni vengono dopo. (Redazionale di Giorgio Esposito)

Riproduzione non consentita ©

 

Emirates migliore linea aerea del mondo. L'annuncio da Skytrax World Airline Awards 2016. Questa è la quarta volta che Emirates vince il miglior riconoscimento da quando i premi sono stati introdotti 15 anni fa; la compagnia ha vinto il primo riconoscimento Skytrax come Migliore compagnia al mondo nel 2001, ancora nel 2002 e nel 2013. In totale, Emirates ha vinto un totale di 20 premi Skytrax World Airline dal 2001. (Continua...)